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R Recensione

6/10

Poppy

I Disagree

Moriah è una graziosa brunetta di Boston, 18 anni appena ed un grande sogno: diventare un’affermata popstar. Per affacciarsi sul mondo dello spettacolo Moriah si trasferisce a Los Angeles, ma nel processo qualcosa va storto: Moriah non sa che quella che voleva e doveva essere la Lady Gaga della generazione Z diventerà invece il perfetto monumento flesh and blood dell’uncanny valley, un biondo umanoide dalla vocina sottile e bambinesca, privo di qualsiasi emozione e prestato a videosketch genuinamente disturbanti – ripetizioni compulsive di un’unica sequenza di parole, interviste a piante, degustazioni out of sync di zucchero filato, dissertazioni sulla gravità, sdoppiamenti żuławskiani… Nel momento in cui Moriah diventa Poppy, un riflesso: un bug nella programmazione. Poppy esce da YouTube, comincia a intonare le sue canzoncine: un ricordo di Moriah, forse, o un indizio sulla crepa che verrà, sul fallimento censorio del post-moderno. Un poco alla volta la compostezza robotica s’incrina, le levigature radiofoniche si corrugano: qualcuno sussurra all’orecchio di Poppy che camminare sulle proprie gambe non è affatto male. Am I A Girl?, comincia a chiedersi Poppy: o forse Moriah? Un Jekyll-Hyde che compare e scompare a comando nella calcolata schizofrenia del singolo spartiacque, “X”. Forse gli androidi non sognano pecore elettriche, ma di autoanalisi qualcosa ne devono capire: e “I Disagree”, capitolo che chiude la prima trilogia “lunga” della people Poppy, ne è il perfetto esempio.

Elogiando il dono della sintesi, questo è quanto si osserva da fuori: tra le frequenze educate di una radio esplicitamente pop-oriented (nucleo Eighties, sporadici sobbalzi hip hop, sgocciolamenti trap) irrompono interferenze distorte tra groove e nu metal, piovono calcinacci industrial, si insinuano breakdown densi e pesanti come buchi neri supermassicci. La crisi del post-genere, come viene definita dalla stessa Poppy (co-autrice di tutti i brani assieme agli strumentisti Chris Greatti e Zakk Cervini e allo storico produttore Titanic Sinclair, da cui si è di recente burrascosamente separata). La dichiarazione ha un suo senso, perché, sebbene la scrittura complessiva non brilli per originalità né per eterogeneità, in più di un frangente l’effetto confusionario di randomica sovrapposizione stilistica che ancora trasudava da alcuni singoli recenti (la già citata “X”, il patchwork sconclusionato di “Scary Mask”) viene risolto a favore di un tutto unico, coerente: così il sinistro ritornello della title track (“Down / Let it all burn down / Burn it to the ground / We’ll be safe and sound / When it all burns down”) si incastona bene in una cornice di chitarre deftonesiane e rimbombi trap; le storture distoniche che proliferano all’impazzata dal rifferama mansoniano di “Fill The Crown” (“You can be anyone you want to be / You can be free, you can be free”) si pongono in diretta linea evolutiva con i layer wave della melodia principale; sospesa messianicamente in un vuoto artificiale, “Bite Your Teeth” deraglia tra svirgolate thrash e colpi alla cintola deathcore. Naturalmente si sbraca ancora (“Concrete” sballotta un demenziale refrain kawaii à la Babymetal tra presse djent, deviazioni folkish e pop rock primi 2000: “Sit / Stay” sembrano i Berlin che abbiano buttato un orecchio ai Tony Danza Tapdance Extravaganza), preferendo a tratti una piacevole comfort zone poco in tono con la narrazione prometeica interna al disco (“Sick Of The Sun”) o, al contrario, eccedendo nelle ambizioni simboliche (ma molto belli sono i suoni negli stacchi luciferini di “BLOODMONEY”, bassi scarnificati e lamiere che si contorcono): comunque bazzecole, in confronto al fresco passato.

La domanda che ci si pone, esaurito l’ascolto, è la seguente: abbiamo assistito ad un raffinato esercizio di autoironia, alla resurrezione della fu Moriah o all’episodio più raffinato e polifonico del brand promozionale Poppy? Bravo è chi suppone di avere la risposta. Noi non l’abbiamo.

V Voti

Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 4 voti.
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Lepo 8,5/10
loson 9/10
Cas 8/10

C Commenti

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Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 0:41 del 12 febbraio ha scritto:

Votato troppo in fretta, temo. Al momento per me è un 9. Disco esteticamente e musicalmente ambiziosissimo, vertiginoso. Un delirio postmoderno lucidissimo, pieno di finezze in fase di scrittura e arrangiamento. Produzione allucinante, testi scabrosamente divertenti e macabri. Che goduria.

zagor alle 1:50 del 12 febbraio ha scritto:

ho sentito solo un paio di brano ( Concrete e I disagree) incuriosito dalla bella rece e dal commento entusiasta di Lepo, mi sembra Britney che suona con Marylin Manson...sembra uno scherzo, ma per un paio di brani è divertente dai.

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 13:59 del 12 febbraio ha scritto:

"Britney che suona Marilyn Manson": basterebbe già solo questo accostamento per renderla un'opera esteticamente interessante. Il fatto è che nel corso dei dieci pezzi si sentono trash, alternative e Death metal, parecchio prog (di base anzi direi che è un disco di progressive pop), alternative r&b alla Kelela, pop anni '60, momenti di techno, big beat e altro ancora. Un mischione che in mani sbagliate risulterebbe un mappazzone del tutto incoerente, ma che qui riesce a suonare naturale come se ci fossero state già decine di artisti a pensare di unire tutto lo scibile popular in tre minuti e mezzo.

Marco_Biasio, autore, alle 13:53 del 16 febbraio ha scritto:

Caro Lepo, di dischi metal che sfruttano lo stesso principio postmodernista di Poppy nel Duemila ne sono stati pubblicati a bizzeffe e a fare la lista non si finirebbe più. Dal momento che, per caso e contingenza, un po' di metal del nuovo millennio lo conosco, penso che qui non ci sia nulla di veramente nuovo, neanche nella micronicchia di riferimento (prima di Poppy ci sono almeno - dico almeno, come principio teorico - le Babymetal). Quanto ai dettagli tecnici, mi pare di aver sottolineato i pregi di scrittura e interpretazione, molto più numerosi anche solo rispetto al recente passato (buone capacità interpretative, testi pungenti, ottimo lavoro in produzione sui suoni, come quelli di BLOODMONEY e Fill The Crown, e almeno un pezzo, la title track, dove per me non c'è una nota fuori posto), ma per quanto mi riguarda il frullatone di influenze in più punti fa ancora troppo effetto patchwork (Concrete in questo è appena migliore delle pigliatutto X e Scary Mask), la scaletta è stilisticamente disomogenea (Sick Of The Sun è un buon pezzo, ma qui dentro non c'entra quasi nulla) e l'ambizione di includere nella miscela finale quanti più ingredienti possibili non sempre viene tradotta in (e pareggiata da) una scrittura all'altezza della sintesi cui si aspira. Avrei potuto dare mezzo voto in più (il disco comunque è divertente, l'ho ascoltato ancora), ma per quanto mi riguarda il discorso non sarebbe granché cambiato. Ci sono poi cose che tu senti, come il prog o il death metal, che io, con tutta la buona volontà, non riesco a trovare neanche con una dissezione anatomica (forse qualcosina di death in Bite Your Teeth c'è, ma, come scrivo nella recensione, è sicuramente sbilanciato sul versante -core, non certo death classico). Per me questo rimane un buon disco di industrial pop, con virate concentriche in tutto quello che lo circonda nell'immediato (da una parte, trap e R&B: dall'altra, nu metal di recupero). Di per sé è un merito (anche se suonare certe chitarre nu metal, anche solo cinque anni fa, avrebbe generato solo un grande scherno collettivo), ma mi chiedo quanti dischi prima di questo andrebbero riscoperti se questo viene addirittura valutato un 9...

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:21 del 16 febbraio ha scritto:

Ciao marco! Guarda, come ho detto per me di base questo è un disco di progressive pop, che tra gli altri generi si serve anche del metal, in varie forme. Come tale lo giudico, da qui il sentirci il prog, a livello concettuale, ma anche nei fatti, specie in ‘don’t go outside’, che parte come ballad elettro acustica con armonie classicamente europee, alterna nella sezione centrale riff hard rock e un nuovo tema in acustico, e infine si chiude con la ripresa dei ritornelli di i disappear e fill the crown, in una modalità che è quasi da suite o da rock opera. Proprio per questo motivo percepisco un certo scarto da proposte quali le babymetal, che oltretutto nel caso specifico sono incontrovertibilmente nipponiche, a differenza della natura spiccatamente americana di poppy. I precedenti pezzi di poppy piuttosto sono più facilmente riconducibili a un determinato tipo di estetica metal postmoderna, ma il salto in avanti compiuto qui è a mio avviso netto, per ambizione e soprattutto capacità di tenere tutto assieme. Il che è diventato possibile grazie ad un senso della misura a cui in precedenza si preferiva la ricerca di un più immediato shock sonoro ed estetico. Senso della misura che ha portato poppy (o il suo team di musicisti/produttori) a ridurre le sfuriate metal al necessario, per fornire le giuste dinamiche all’interno delle canzoni. Non sento poi grossi scarti tra sick of the sun e il resto, non più di quanto possa sentirne con nothing i need ad esempio, una (bellissima) ballad r&b che non varia mai arrangiamento nè umore dall’inizio alla fine, in un disco che invece fa di giustapposizioni tra stili apparentemente inconciliabili il suo punto di forza. La verità è che questi sono i due episodi di tregua, necessari per donare compiutezza all’album, e per mostrare come volendo, poppy e i suoi musicisti siano perfettamente in grado di scrivere canzoni in una modalità più ‘tradizionale’.

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:26 del 16 febbraio ha scritto:

ah, comunque, recensione molto bella e competente, aldilà delle divergenze nel merito io non sarei in grado di scrivere con questa obiettività e accuratezza se dovessi parlare di un album che valuto tra il 6 e il 6,5.

theRaven alle 16:45 del 14 febbraio ha scritto:

A noi risulta poco digeribile, meglio non votare.

loson (ha votato 9 questo disco) alle 21:55 del 15 febbraio ha scritto:

Quoto Lepo.

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:27 del 16 febbraio ha scritto:

Grande, sempre sul pezzo ;*. D’altro canto questo è un album che più losoniano di così non si può!