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R Recensione

5,5/10

Across Tundras

Electric Relics

Serpeggia la schizofrenia, a tentare di tracciare una cronistoria evolutiva e produttiva degli Across Tundras, contemporaneo orgoglio in note di Denver, Colorado. Ne avevamo parlato brevemente quando, un paio d'anni fa, ci eravamo occupati della doppia uscita “Sage” (il post-core in salsa southern, o del deserto secondo i Neurosis: un capolavoro) e “Tumbleweeds” (la controparte acustica, tradizionale, finanche arcana). Alla copiosa fertilità intitolata al quartetto si deve aggiungere la prolificità incontrollata del leader Tanner Olson, estremamente attivo anche come chitarrista drone, songwriter e leader di altre formazioni. In bocca al lupo a chi, giunto dopo lungo peregrinare sul Bandcamp di competenza, deciderà di dar fondo alle energie e al tempo libero per avvicinare il più possibile il puzzle a quella completezza di cui, in fondo, necessiterebbe. Noi, almeno per il momento, defletteremo la nostra attenzione su “Electric Relics”, nono LP degli americani.

Pur non disponendo ancora del minimo background indispensabile per storicizzare, o almeno inquadrare l'andatura degli Across Tundras, già all'epoca avevamo visto in “Sage” uno spartiacque della loro carriera, miscela ardita e di invidiabile equilibrio, dai risultati a tratti eccelsi. La ricostruzione del contesto, in un secondo momento, ci ha poi dato ragione. La sommatoria delle conseguenze porta dunque a definire “Electric Relics” figlio voluto, e nello stesso tempo minore, di un grembo che denuncia tracce di esaurimento. Continua a funzionare, e bene, l'idea di rileggere l'americana – una disposizione mentale ancor prima che una messa in pratica strumentale, un concetto più che un genere musicale – con situazionismo stoner ed artifici psichedelici: nient'altro che un prolungamento moderno di ciò che, in nuce, era già contenuto nell'espressione classica. Che a farlo sia poi un quartetto del Colorado, e non un power trio groenlandese, aiuta a rafforzare l'impressione di veridicità, la sincera autenticità del prodotto finale.

Dopo anni di overfishing, tuttavia, cominciano a mancare le canzoni. Un problema, per chi costruisce molto sulla propria abilità solistica, ma discende da schemi inequivocabilmente arrotolati attorno al binomio strofa-interludio. La polverosa acidità di “Driftless Caravan” traspone, con irruenza, la serrata alternanza di accordi e parole dei folksinger di fine secolo decimonono o, in alternativa, il blues del Delta cavalcato dai Lynyrd Skynyrd: valido, ma lo sarebbe anche di più se l'automatismo non prevalesse sulla spontaneità. L'apertura ad una solarità manifesta paga, moltissimo, negli interstizi di raccordo, come nella splendida acustica di “Seasick Serenade” o nei bordoni southern-gaze di “Kiln Of The First Flame”: meno in brani maggiormente lunghi ed articolati (“Solar Ark” non fa nulla per scrollarsi di dosso gli struggenti stereotipi da frontiera, con chitarre che ruggiscono malinconiche e slide inoculate goccia a goccia).

Gli Across Tundras che (non) ti aspetti, infine, emergono a tutto tondo nella narrazione cadenzata e discontinua di “Unfortunate Son” che, sul finire, si erge fiera ed impettita, celebrata da una fastosa, bandistica cerimonia di ottoni. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, certamente, ma non si chiedono più novità da chi ha scritto nove dischi in nove anni. Gli impercettibili cambiamenti di rotta vi sono, ma ancora non sembrano amalgamarsi al meglio: il luminosissimo doom di “Pining For The Gravel Roads” perde in forza e convinzione, quando cede parte del suo ieratico caracollare ad una sovrastruttura westernata, decorata da un Hammond che evoca i Black Mountain ad ogni piè sospinto, e la redenzione letteraria della seconda metà di “Castaway” – con accostamenti pieni, armonici, a tratti pomposi – gira inesorabilmente a vuoto.

Nulla di male se i ragazzi, giunti a questo punto, vogliono giocarsi ogni chance per arrivare, finalmente, al grande pubblico. Noi, più modestamente, preferiamo ascoltarli in altre vesti.

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