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R Recensione

6,5/10

Dogs for Breakfast

The Sun Left These Places

Ho cominciato ad ascoltare “The Sun Left These Places” in agosto. Poco più tardi, questione di settimane, ho provato a scriverne. Inutilmente. Così ho proseguito negli ascolti, scavando negli impasti chitarristici, bucando il fitto maglio ritmico, perdendomi tra i cirri ambientali. Infine, ho ripreso in mano la penna, per la seconda volta. Per la seconda volta ho fallito. Singolare, vero? Tanto più se si considera che i Dogs For Breakfast provengono dritti dritti dalla più autorevole culla dell'espressionismo noise tricolore degli ultimi anni, Cuneo. Dopo dozzine di dischi miracolosi e almeno un lustro di elevatissimo livello qualitativo, forse che le nostre orecchie si sono impermeabilizzate a dovere contro le ustioni del Canalese? Ancora una volta, mi sono dedicato a fondo a sviscerare le trame del second act (primo lungo) del power trio pedemontano, sino a conoscere passaggio per passaggio, apprezzarne la concretezza, saggiarne la potenza. Quando, poi, c'è stato bisogno di tradurre l'ascolto in scritto, non c'è stato verso: le idee non si organizzavano, la struttura non prendeva corpo. Dannato Canalese! Finché un pensiero, improvvisamente, non mi ha attraversato: quale Canalese, di grazia?

Se “Thanatology” dei Dead Elephant è stato il diamante più brillante e postremo spasmo, ultimo incandescente lascito di un'intera scena, “The Sun Left These Places” di fatto segna, sulla tabella di marcia, un ritardo non agevolmente colmabile. Come un frutto maturato fuori stagione. La discrepanza temporale è il fattore che costringe l'ascoltatore a girare affannoso attorno al disco senza, peraltro, riuscire mai a cavarne fuori il senso compiuto, la quadratura del cerchio. I Dogs For Breakfast montano, smontano e rimontano edifici sonori complessi – ma non complicati – e, nel passaggio da una fase all'altra, sempre rimane in mano un pezzo in più, un elemento che sembra non trovare posto nella nuova architettura. Potremmo chiamarla imperfezione congenita, vizio di mestiere, ed è quanto permea il lavoro lungo tutta la sua durata, rendendolo manchevole, zoppo: in virtù di questo, dannatamente affascinante.

Iniziamo dalle chitarre. Il protagonismo della sei corde esplode, con plasticità e pragmatismo, sin dall'attacco di “January 21”: se i deliqui post-core si evolvono strumentalmente senza perdere massa (qui, dai Minsk agli Incoming Cerebral Overdrive, c'è paragone accettabile per ogni tipo di dentatura) la densità delle melodie ricorda, fortemente, certo black metal di seconda generazione. I Darkthrone sono un eidolon non eludibile anche tra le crepe dell'imponente fisicità di “Last Run”, alias i Neurosis vibranti e con ogni, singolo muscolo contratto, colpito a fondo dal morbo demente dei Sightings – efficace lo scatto sludge della seconda parte. Quella di “Vision”, dove interviene il Gionata Mirai (Super Elastic Bubble Plastic, Il Teatro Degli Orrori) più abrasivo e visionario, è quasi una danza tribale in cerchio, un teatrino delle ombre che si protende, apocalittico, sopra lande desolate e devastate dal noise, le slide di Duane Denison rimaste a scricchiolare nel vuoto pneumatico: l'effetto è grandioso e magniloquente ad un tempo. Si gioca con i numi tutelari anche in “Cypress Grove Blues”, un gancio umbratile – indicativamente, tra primi Mastodon e giovani Isis – con spaventosa, annessa protesi dark ambient al seguito, e nella furia metallica di “The Chariot Of Death”.

La costruzione dei brani di “The Sun Left These Places”, come quella di quasi tutte le formazioni storicamente associate al Canalese (esclusi, forse, proprio i Dead Elephant), è eminentemente orizzontale: una linea attacca e le altre corrono dietro. È una semplicità compositiva che, avvertiamo, può trarre in inganno, perché spesso i brani si accartocciano al minimo segnale. Così l'hardcore metal di “Father Sea”, perso tra i Sick Of It All e “Leviathan” – la matrice dei tamburi, tempestosa e nitida, sembra proprio quella di Brann Dailor. “Red Flowers”, nel tentativo ambizioso di costruire una mini suite lirica su molteplici registri stilistici (intervengono, ad ampliare il parco strumenti, un pianoforte, svariate percussioni, un Hammond, un trombone, ancora la chitarra di Mirai) e in deframmentazione espressiva, costituisce sola, esplicita eccezione: il risultato piace ma, paradossalmente, poteva essere ancora limato nei dettagli e nelle sfumature accessorie.

Lineare ed invisibile, solenne ed imprendibile. C'è di che migliorare, ma anche di che divertirsi. Se ciò potrà condurre ad una rinascita della Cuneo esplosiva, che il sole tramonti per sempre.

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