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R Recensione

8/10

Kelvin

CD01

Il cd rappresenta fedelmente un'aria particolare che tirava a Padova in quegli anni: locali, gruppi e luoghi con un'urgenza musicale, l'eterno dilemma nel trovare il suono definitivo.” (dal foglio di presentazione del disco)

CD01” è l'esordio miracoloso dei Kelvin, band padovana clamorosamente sconosciuta che reclama giustamente vendetta rimasterizzando e ristampando questo disco-gioiellino del 2002. E sì che di dischi i Kelvin ne hanno fatto altri in seguito, e viene sicuramente voglia di recuperarli tutti se sono all'altezza di questo. Anna (batteria), Woolter (chitarra, voce e synth; con esperienza anche nei Putiferio, Lodio e Antisgamo) e Andrea (chitarra, voce, tastiera) riescono infatti a realizzare un disco impressionante per qualità, inventiva e “muscolatura” massiccia, tanto da non sfigurare sul piano internazionale.

Lo si percepisce subito, fin dalla violenta partenza cyber-industrial di “Ae Rose” (sul cui stile si chiude anche il disco con “El Pero”, in una perfetta sintesi circolare) che siamo di fronte a qualcosa di grosso e importante. In mezzo gli altri 13 pezzi, che sommati ai due restanti fermano il cronometro a ben 17 minuti e 28 secondi, non fanno che confermare l'impressione.

Chiaro a questo punto l'orizzonte “filosofico” di riferimento: l'hardcore. Ovviamente un hardcore frustrato, maltrattato, malmenato, violentato quasi, verrebbe da dire, a sentire gli umori cybertronici di “Fraccon”. Nonostante questa urgenza espressiva così tipica degli umori più originari del movimento hardcore la varietà di influenze e di escursioni stilistiche ci deve far parlare nello specifico di post-core. Basta sentire le sublimi “No Cry” e “Ultimissima” per scovare tracce di gente come Shellac, Unwound, Fugazi e Jesus Lizard.

Quel che sorprende però è la varietà di suoni che si ritrovano frullati in tanti singoli episodi variegati, in cui in un attimo precipiti nel peggior caos possibile (“Candea”), come solo certa no wave sperimentale sapeva fare, un attimo dopo rientri in un noise da cui riemergono anche i Sonic Youth (“Lunimattina”). In mezzo marcette da rivolta caotica (“Ocio Chea Pende Del 10%”), sferzanti salti ai limiti di un avant-core alla Zu (“Bonanno”), fino a riapprocciarsi con un math-core meno sperimentale ma martellante, robusto e spigoloso come pochi (“Mazurka”).

Poco altro da aggiungere se non che siamo di fronte ad un'opera che sarebbe un delitto non riscoprire.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 17:43 del 30 marzo 2012 ha scritto:

Recensione doverosa. I Kelvin, in quegli anni, erano assieme ai redworms' Farm (tuttora attivi) veramente tra le punte di diamante di una città che ribolliva di fermenti sociali e di partecipazione culturale ed artistica. Roba che, se qualcuno dovesse fare un paragone con la Padova di oggi, non si potrebbe più riconoscere (il triennio 2008-2011 è stato tra i più tristi)... anche se qualcosa adesso pare muoversi di nuovo (occupazione dell'Altino, occupazione della Fratelli Bandiera, nascita di nuovi giovanissimi gruppi...). Speriamo tutto vada come deve andare: per il meglio. Meritevolissimi anche Putiferio ed Antisgammo (tutti amici e conoscenti, fra l'altro): se ti va di continuare nell'opera di recupero c'è un sacco di materiale a disposizione su internet.

Peasyfloyd, autore, alle 18:58 del 30 marzo 2012 ha scritto:

eh se uno avesse tempo ci farebbe sopra un bell'articolone che prenda tutta la scena. Discorso simile andrebbe fatto per la scena post-core di Cuneo, ceh anceh lì non scherzano (Fuh e compagnia). Se uno avesse il tempo...