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R Recensione

7/10

One Dimensional Man

You Don't Exist

Sulla figura complessa e a volte scostante di Pierpaolo Capovilla si possono spendere cascate di attributi, almeno tutti quelli che Cyrano appioppa al suo naso nel celebre monologo contenuto nel primo atto della commedia di Edmond Restand. Ci si schieri dalla parte dei partigiani o dei detrattori, ma una cosa gli va comunque riconosciuta: una rara, integerrima, totalizzante onestà intellettuale, una fedeltà a sé stesso e alla propria visione del mondo che travalica il semplice giudizio estetico. È questo, in fondo, l’aspetto che per primo colpisce e più a fondo impressiona di “You Don’t Exist”, ritorno a sorpresa degli One Dimensional Man sette anni dopo lo sfortunato “A Better Man”: una caparbia, ammirevole circolarità tematica, tanto più perfetta se si pensa alle liriche del disco come all’ennesimo tassello del canzoniere capovilliano dedicato agli esclusi e agli emarginati. Si scorge un senso superiore, intuitivo eppure raffinato, in ciò che lega “Free Speech” (“la libertà di parola non è roba di cui discutere”) alla lugubre panichida di “The American Dream” (non è difficile capire chi e perché manchi all’appello dei presidenti americani elencati con voce stentorea), passando per l’odore della sconfitta e il revanscismo montante a difesa degli umiliati ed offesi della contemporaneità (“In The Middle Of The Storm”, “A Crying Shame”), per le cocenti delusioni nei rapporti interpersonali (“No Friends”) e per vecchi demoni che colpiscono furtivamente al basso ventre (“Alcohol”). Molto di vero, per quanto possa sembrare altisonante, si nasconde insomma nella definizione di romanzo rock guidato dai concetti di riscatto ed emancipazione: anche se, naturalmente, più che la prosopopea epica e decadente di Faulkner, Oates o Hall il modello è quello secco ed affilato di Ellis, DeLillo o Tierce.

Viene poi meccanico affermare, banalmente, che il suono di “You Don’t Exist” scavalchi a piè pari il pasticciato crossover di “A Better Man” per ricollegarsi alla rumorosa visceralità degli esordi, in particolar modo agli spigoli di “1000 Doses Of Love!” (2000). Quest’impressione, validata dai primissimi ascolti, necessita in seguito di almeno un paio di doverosi aggiustamenti. Primo: la produzione, enfia ed esplosiva (la batteria del subentrante Francesco Valente, rimpiazzo di Luca Bottigliero, tende ad essere costantemente in primo piano), condivide assai poco con le produzioni scarne ed abrasive a cavallo del millennio. Qui la botta rimane rintronante, ma il pack strumentale si ispessisce di molto, le sfumature si moltiplicano: difficile che il finora unicum dei Buñuel, “A Resting Place For Strangers”, non abbia insegnato qualcosa in tal senso. Secondo: per quanto l’orgia di ospitate di “A Better Man” si sia quasi completamente riassorbita nel canonico asset chitarra-basso-batteria (una sola voce femminile segue le melodie di Capovilla in “A Crying Shame”), non per questo il parco di influenze si è fatto meno fitto. Con l’eccezione della pluricitata “A Crying Shame” – un’elegante ballata blues semiacustica di buona fattura –, svariati sono i cambi di passo e atmosfera anche all’interno dello stesso pezzo: si pensi all’insistito arpeggio slintiano che, in “A Promise”, si dilata in oblunghe ombreggiature sadcore (felicissimo il ritorno di Carlo Veneziano alla sei corde), al vortice di suono che prende corpo dalle stridenti sovrapposizioni di semitoni in “No Friends”, alla guizzante struttura a scaglioni della title track o ai frammenti indie rock – altezza “Take Me Away” – incastonati nel guscio metallico di “In The Middle Of The Storm” (in cui pure si risente una certa, nefasta tendenza al dramma bombastico propria del disco precedente).

Rimangono, infine, le botte, gli ematomi, le fratture scomposte della copertina pittorica di Michele Bubacco che, annullando ogni barriera spaziotemporale, sembra mettere assieme il disordinato collage di un “Fake Train” e l’intensa sovraesposizione di un “First Issue”. Scatarrando sull’assioma non verbalizzato che vede il processo di borghesizzazione dei grandi nomi dell’alt rock italiano completarsi attorno al traguardo del mezzo secolo, Capovilla – in maniera simile a un suo quasi coetaneo, Franz Goria dei Fluxus – naviga piuttosto in direzione ostinata e contraria, realizzando, con “You Don’t Exist”, un album assieme di sintesi (personale) e di rilancio (generazionale). Notevoli i picchi fisici, tra il blues-core irrancidito e pressurizzato di “In Substance”, lo spoken word quasi denisoniano che diluisce l’impatto della manata a pieno volto di “Free Speech”, la scorticante galoppata di “Don’t Leave Me Alone” (tra Unsane, Barkmarket e la “I, Electrician” dei Buñuel, con un chorus vagamente ed inaspettatamente post-grunge) e il delirante biascicar teatrando noise-core di “Alcohol”: i nomi di riferimento rimangono sempre quelli e, per nostra fortuna, ad essere tornata quella di un tempo è anche l’autorità di assemblarli e reinterpretarli. Menzione speciale, a tal proposito, per la conclusiva “The American Dream” che, prima di disfarsi in un’imperiosa supernova noise, sfila compunta in un sobrio vestito nero come la pece, un soundscape minimal doom su cui soffiano venti d’apocalisse.

La conclusione del ragionamento si scrive da sola: questi One Dimensional Man rendono superflua la compresenza de Il Teatro Degli Orrori, la cui storia esaltante già da tempo sembra aver perduto la trebisonda. Sometimes you find yourself in the middle of the storm, ma quel che conta è lottare per uscirne: e qui, come si direbbe oltreoceano, this effort speaks volumes.

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