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R Recensione

8/10

Shellac

Dude Incredible

Se c’è un nome che da più di 30 anni non ha mai smesso di essere prepotentemente presente all’interno della musica rock (più o meno) indipendente di livello mondiale, bene questo è, senza alcun dubbio, quello di Steve Albini. Steve Albini è un musicista, un produttore, un talent-scout, un ingegnere del suono, un gran bel complimento, un aggettivo qualificativo, un genere di musica. Steve Albini è un gran lavoratore del settore musica, uno che non ricerca palesemente la fama o la gloria ma che lavora duramente, spesso nelle retrovie, per fare sempre un buon lavoro, senza velleità da primadonna o deliri da rockstar. Uno che, alla fine, ha sempre fatto un buon lavoro a dimostrazione che le cose belle non vengono mai per caso.

Saprete tutti chi è Steve Albini, le cose fatte in passato in tutte le vesti descritte appena sopra. Se non lo sapete, oltre a dispiacermi tanto per voi, mi rincuora il fatto che grazie alla rete avrete tutti mezzi per rimediare nel giro di pochi minuti. Tra le sue innumerevoli opere, quella degli Shellac è sicuramente una delle avventure più belle e prolifiche della sua carriera da musicista “suonante” (Big Black, Rapeman). Un gruppo gioiellino dove assieme a Todd Trainer e Bob Weston, il nostro eroe dalla faccia di studente d’ingegneria, in 5 album (a dire il vero 6, se si considera il mai pubblicato The Futurist) su 20 anni di una “sporadica” carriera, ha imposto al mondo un suono forte, pulito, in altissima fedeltà, a dispetto del modo rude e artigianale con il quale gli strumenti sono aggrediti. Se At Action Park è la quintessenza della perfezione, uno dei dischi fondamentali della musica rock non convenzionale tutta, questo Dude Incredible (senza virgole nel mezzo, come tengono a precisare), la rasenta - la perfezione - come un po’ aveva pure fatto 1000 Hurts, nel lontanissimo e tondissimo 2000. Il paragone con At Action Park, il loro indiscusso capolavoro, a dire il vero lo si fa prima ancora di ascoltare i 33 minuti secchi di quest’album. Il packaging in similtruciolato è praticamente lo stesso, fatta eccezione per le due scimmiette in primo piano che s’azzuffano sul muretto di un belvedere di una città di mare.

Proprio come piace a me, il capolavoro è in apertura, la title track. Dude Incredible è un carrarmato cingolato hardcore dalle lente movenze e dal sapore mediorientale che ti cattura e ti stende fin dal primo ascolto. Forza bruta e melodia, in crescendo. Incedere marziale, chitarre taglienti, voce sussurrata, recitata con il pathos di chi vuole farti ribollire il sangue. Chiamatela pure ruffianeria, ma se è così facile, perché ci riescono solo loro?

Compliant, l’altro pezzo imprescindibile dell’album, viene subito dopo. Rallenta il ritmo, il basso sale in cattedra e coordina il magma sonoro che sai esploderà da un momento all’altro. Quando parte la chitarra di Albini questa riproduce lo stesso motivo del basso con la rabbia sgraziata di chi distorce il suono per fare del male, non certo per compiacere. Non c’è fluidità, la musica va, poi si ferma, poche parole, in apatia. Sembrano gli Swans, quelli degli ultimi anni. Magnifica.

La fluidità e la velocità arrivano con le staffilate sonore di You came in me mentre Riding Bikes è un lento alla Slint, che se è Steve Albini a fare gli Slint, capite bene che c’è da leccarsi le dita. All the Surveyors accellera e frena, scaricando taniche di energia rinnovabile ad ogni ripartenza (stavolta vengono alla mente i primissimi RATM). L’atmosfera, cupa e roboante, da teatro dell’orrore, torna con Gary (qui ricordano i Tool), mentre il momento più matematico dell’album è senza dubbio Mayor/Surveyor. Chiude Surveyor, la traccia forse più viscerale e diretta di tutto l’album, con i suoi riff veloci, la chitarra distorta modalità hard rock classico goes noise e un giro di basso ossessionante che nei cinquanta secondi finali rallenta, come rallenta un corridore al traguardo quando è sicuro di non aver più nessuno alle spalle.

Geometrie solide in spazi irregolari che schiaffeggiano il silenzio con il fare del gradasso che sa cosa vuole perché sa cosa vuoi sentirti raccontare. Perché siamo masochisti della musica, ci piace vedere le nostre orecchie grondare sangue e sudore specie se il martello alla fine lo conosci già. Hardcore industriale grezzo e sporco ma vestito bene (che poi è il post-hardcore, per come la vedo io). Colpisce sempre allo stomaco, ma non t'incazzi perché sei anestetizzato, dal meticoloso fracasso e dalle ossa rotte, dalle menti in fumo, e dalle scimmie incazzate.

Steve Albini con gli Shellac non cerca di fare niente di tutto quello che normalmente è richiesto ad una band nella lettura della propria carriera. Concetti come maturazione, cambiamento, tradizione o diversificazione, sono tutte elucubrazioni che lasciano il tempo che trovano se dall'altra parte trovi gente che registra un disco “sporadicamente nel corso degli ultimi anni”, e che suonerà live “allo stesso ritmo sporadico e rilassato di sempre, senza alcuna correlazione degli show con l’uscita del nuovo disco”. Senza alcuna ansia quindi, senza stress, senza che niente debba essere dimostrato a nessuno, quasi un hobby come tanti altri all'interno della vita di gente che fa cose “serie” da una parte e pensa solo a “divertirsi” quando suona e incide musica nuova. Probabilmente sarebbe tutto molto più bello se questo concetto lo facessero proprio il 90% dei buoni (a niente) di oggi.

Per gli Shellac le lancette del tempo non si sono fermate. Gli Shellac, quelle lancette, le hanno spezzate.

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 7 voti.
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xxx 8,5/10
raf 9/10
Gianvi27 8,5/10
cuky1984 7,5/10

C Commenti

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Marco_Biasio alle 16:41 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Recensione tra le tue migliori, Franz. Il disco me lo ascolto ora, con calma.

Franz Bungaro, autore, alle 9:01 del 30 settembre 2014 ha scritto:

Grazie Marco, spero ti piaccia pure il disco...con calma!

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 10:12 del 6 dicembre 2014 ha scritto:

Recensione davvero bella, il disco mi piace ma fino a un certo punto, forse sono condizionato dai risultati "storici" di Albini e questo mi sembra un lavoro sicuramente bello, ma forse un filo "minore".

raf (ha votato 9 questo disco) alle 21:59 del 15 dicembre 2014 ha scritto:

Recensione corretta. Non conoscevo prima Steve Albini (...non ho scuse!). e che bella sorpresa! Un disco bello omogeneo e robusto dal primo all'ultimo pezzo.

cuky1984 (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:33 del 20 marzo 2015 ha scritto:

Non c'è che dire è un disco veramente bello e rilassante mi è bastata la prima canzone per capire che gli Shellac non hanno età, non sono il mio gruppo rock preferito ma un bel 7,5 come voto se lo meritano tutto!