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R Recensione

7/10

Cult Of Luna

A Dawn To Fear

L’aspetto più interessante del nuovo, attesissimo full length dei Cult Of Luna – lo si dice senza intento denigratorio alcuno – sono le recensioni che fino a questo momento gli sono state dedicate. Un approfondimento di carte stampate e virtuali conferma quanto il primo rapido giro aveva solo fatto sospettare: lo status del sestetto post metal di Umeå, col passare degli anni, è divenuto così elevato che solo il semplice fatto di parlarne sembra implicare una qualche forma di rispetto sacrale, di timore reverenziale. Il pattern è persino disarmante nella sua regolarità: “A Dawn To Fear” viene acclamato come una delle uscite, se non addirittura l’uscita pesante dell’anno (tra le poche eccezioni c’è Anthony Fantano, che tuttavia non può certo essere additato come autorità competente in campo); come tale, e non solo per l’assonanza dei titoli, non di rado viene accostato a quell’altro Moloch concettuale di “Fear Inoculum”, talvolta in rapporto strettamente consequenziale, molto più frequentemente in aperta opposizione (tra parentesi, ma davvero i fan dei Tool si aspettavano di ascoltare un capolavoro dopo tredici anni di attesa? È una pretesa che continuo a trovare incomprensibile); si parla, forse avventatamente, di futuro del genere, incuranti del fatto che la band sia fresca di ventennale. Il vero punto, tuttavia, è che ci aspetterebbe di veder spiegato, giustificato nel dettaglio tutto quest’entusiasmo. Invece gli apprezzamenti sono tanto roboanti quanto generici, copiosi quanto superficiali: non intaccano mai la polpa del disco, raramente tirano in ballo brani e passaggi singoli. È come se il disco venisse apprezzato apriori in quanto tale, per quello che rappresenta, ben più e ben prima di essere calato nel suo spaziotempo – un livello di analisi concreta che, pare, di fronte all’estasi passiva può anche aspettare.

Difficile, d’altro canto, dar torto a questi ascoltatori: nonostante la tavolozza sonora tenda costantemente a preferire tinte più eteree e trasognate, in un rimescolamento perpetuo di asperità sludge e meditazioni post rock che già aveva conquistato spazi significativi nell’importante collaborazione con Julie Christmas (“Mariner”, 2016), “A Dawn To Fear” è un disco di cui – oltre la sostanza – si ammira con una certa angoscia critica la consistenza, la solidità ingegneristica. A differenza del celebrato ma discontinuo “Vertikal” (2013) e di alcune delle prove di maggior spessore del decennio precedente, “Eternal Kingdom” in testa (2008), è questo il vero capolavoro formale dei Cult Of Luna: un romanzo in note in cui nulla è davvero fuori posto. Non lo può essere – da qui, forse, parte della spiegazione razionale per l’unanime giubilo critico – perché, in fondo, il materiale di cui è composto è facilmente riconoscibile e non segna alcuna radicale cesura con il passato: l’urlo monocorde di Johannes Persson che si fa largo attraverso un triplice muro chitarristico, le ritmiche quadrangolari e imponenti, le architettoniche decompressioni tastieristiche sono oramai esempi da manualistica, elementi insostituibili di un ingranaggio che, quando gira al suo meglio, è ancora in grado di regalare istantanee di indiscutibile bellezza.

Secondo il parere soggettivo di chi scrive, sono quattro i momenti chiave di “A Dawn To Fear”. La funzione scenica della suite, interpretata al massimo dello splendore dalle già classiche “Vicarious Redemption” e “Cygnus”, viene qui rilevata da un movimento di qualche minuto più breve, “Lights On The Hill” (15:07): dopo una lunga introduzione di lugubre melodismo, tra leggere dissonanze chitarristiche e stille folkish, il brano sprofonda con i suoi vessilli tra i gorghi di un poetico maelström à la Red Sparowes, mentre le tastiere di Kristian Karlsson intonano un epico controcanto che, sul finale, quasi lambisce l’etica della sconfitta delle endtime ballads. “Lay Your Head To Rest” è un’heavy dark wave ossianica di grande emotività, divelta dal basso catramoso di Andreas Johansson. La title track assorbe tutta la tensione elettrica dell’atmosfera, rilasciandola poi in un’oscura semiballata gotica che, dopo essere rimasta sospesa tra Floyd pompeiani e riverberi da Bark Psychosis, si frattura in un monolitico riff doom. “Inland Rain”, infine, di per sé brano non indimenticabile, possiede i sessanta secondi conclusivi più intensi dell’intero disco: un tumulto irrefrenabile in crescendo che rovescia l’equilibrio armonico in minore intessuto dalla sezione chitarristica (ancora echi dei primi Crippled Black Phoenix).

Bastano questi appunti per considerare “A Dawn To Fear” un gran disco? Probabilmente no, risponderà lo scettico: probabilmente sì, ribatterà l’ottimista. C’è chi poi sceglierà di non schierarsi e, con ogni evidenza, sarà quest’ultima tipologia di fruitori a godere della migliore esperienza d’ascolto: dagli sconquassanti tamburi che danno il ritmo alla narrazione autocentrata di “The Silent Man” all’ovattato sogno lucido di “We Feel The End”, sino all’inaspettato e per certi versi sorprendente cambio di passo ritmico che introduce la seconda metà dell’arcigna “Nightwalkers” (un gioco di charleston e rullante che quasi imita la cassa dritta di certa disco). Un antidoto contro ogni prescrittivismo, che tuttavia occupa appena due minuti sugli oltre settantanove totali: un po’ poco per rinunciare al formalismo e sperare di farla franca.

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