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R Recensione

8/10

Cult Of Luna

Eternal Kingdom

Holger Nilsson è pieno di angoscia. Non riesce a capire perché sia finito lì: possibile che i dottori dell’istituto di igiene mentale non abbiano capito che la storia da lui urlata più volte, dentro una camicia di forza, dietro le sbarre del penitenziario, durante le loro visite, era crudelmente, assurdamente, assolutamente vera? Sa benissimo che non gli crederanno mai. Peggio: non potranno credergli. E così, come per Anna Frank, affida i suoi ricordi alla carta. Una penna in mano, un piccolo diario nell’altra: Nilsson scrive, scrive e scrive ancora, perché sa che il suo compagno inanimato potrà ascoltarlo, recepirlo e capirlo. Lui amava sua moglie, alla follia. Come avrebbe mai potuto affogarla? I camici bianchi erano stati chiari: schizofrenia. E l’avevano internato. Possibile che non riuscissero a vedere la mano del demone Näcken dietro quell’efferato delitto? Era stato lui, la causa di tutto. Nilsson si rende conto che la sua è una condizione da cui non potrà sfuggire: e perciò scrive, scrive di getto, di continuo, scrive quelle che sono le sue emozioni, il suo dolore, la sua rabbia verso Näcken, la sua impotenza di fronte a tutto questo. “Tales From The Eternal Kingdom”: gli piace, come nome. Conferisce importanza ad una storia che merita di essere raccontata. Ed in un lampo, decide: il suo diario, il suo confidente cartaceo, si chiamerà così.

Potrebbe essere questa la genesi di “Eternal Kingdom”, nuova prova sulla lunga distanza per gli svedesi Cult Of Luna, co-fautori, assieme a Neurosis, Godflesh, Pelican ed Isis, di quel particolare genere chiamato post-core (o post metal, a seconda di chi redige), che unisce una forte componente politica hardcore (influenza, per altro, evidente anche nella maniera di cantare, screaming oriented) con una sezione ritmica e chitarristica lenta, opprimente e cadenzata, tipica del doom e dello sludge metal, senza per questo rinunciare ad oniriche ed improvvise aperture strumentali, lievi ed eteree, che riportano alla mente il post rock, lo shoegaze e, nei casi più estremi, l’ambient. Musica molto intensa, evocativa, viscerale, che riesce a coinvolgere emotivamente l’ascoltatore, dalla prima all’ultima nota.

La storia che ha portato alle incisioni di questo disco è semplice ed allo stesso tempo affascinante. Accade che i Cult Of Luna decidono di cominciare a jammare in un luogo dove, un tempo, era stato eretto un ospedale psichiatrico: camminando fra le rovine dell’edificio in disuso, si imbattono in un libricino abbandonato per terra. È il diario di Holger Nilsson, uno dei fu pazienti della struttura, rinchiuso perché sospettato di aver affogato la moglie e di aver poi scaricato la colpa su una figura folcloristica svedese, il demone Näcken. Da qui si sviluppa l’idea del concept album, interamente imperniato sui racconti dell’agenda.

Con “Eternal Kingdom” i Cult Of Luna realizzano finalmente un disco più personale, meno inquadrabile nel vasto calderone del post-core, maggiormente sfaccettato ed aperto a nuove influenze. Inutile sottolineare come ogni lavoro del movimento, per forza di cose, debba essere paragonato alle sue due principali pietre miliari, il plumbeo “A Through Silver In Blood” dei Neurosis (1996) e, ancor di più, il capolavoro degli Isis, “Panopticon” (2004). Alla luce di questo, possiamo dunque dire che gli otto musicisti di Umeå non abbiano sfigurato, realizzando un album nell’insieme particolareggiato e avvincente.

L’apertura è pesante e lancinante: “Owlwood” si muove su coordinate sludge che ben richiamano il vigore e la compattezza della band madre di Aaron Turner, ma che hanno in sé l’ulteriore potere della cosmogonia, del dilatarsi in ampie pozze psichedeliche, specialmente nel finale, senza per questo perdere una briciola del potenziale distruttivo regalato dalle chitarre (tecnica, questa, di certo assimilata dai Pelican).

Dopodiché, l’album si divide.

Da una parte, gli scandinavi si lasciano prendere la mano da ampissimi registri completamente strumentali, con le sezioni chitarristiche che ricamano textures di accordi e arpeggi davvero pregevoli, retaggi dell’ormai consolidata abilità del genere di accompagnare per mano l’ascoltatore in veri e propri cammini paralleli. Brani come la title track, che cede solo sporadicamente agli assalti del distorsore, preferendo un approccio morbido e delicato alla Red Sparowes irruvidito dai ringhi di Klas Rydberg, o la mutevole “Mire Deep”, splendida nei suoi continui parata e contrattacco, tutta giocata su un dualismo chiaroscurale davvero interessante, o ancora il progressivo ritorno di fiamma di “The Great Migration”, cupo e incisivo, sono l’esempio di ciò che si sostiene.

Dall’altra, invece, i Cult Of Luna sacrificano l’assalto all’arma bianca delle sei corde per porgere cristianamente l’altra guancia, e regalare uno spazio maggiore ad una strumentazione quantomeno insolita, seppur sicuramente affascinante. Compaiono dunque le trombe (l’intermezzo acustico di “The Lure (Interlude)”, bello ed ipnotico), le futuristiche piagature elettroniche (“Österbotten”, anch’essa strumentale, con mellotron in coda) e la parata di fiati e percussioni marziali nella ineccepibile, conclusiva “Following Betulas”, ricchissima di cambi di tempo, direzione e nuance, fra Isis e Shels, di certo uno dei pezzi migliori del disco.

Eternal Kingdom”, con ogni probabilità, non è un lavoro che farà impazzire coloro che già non stravedono per il contesto di nascita. Sicuramente, in ogni caso, merita un ascolto attento, privo di reticenze. Complesso, articolato, musicalmente opulento ma assolutamente non eccessivo, decisamente riuscito. E, chissà, forse quei dodici minuti di “Ghost Trails”, vertice del cd, con un’eccezionale padronanza tonale delle chitarre, vere regine del campo, sia in fragorosa mise da battaglia che in sottoveste preziosa da tregua, troveranno qualcun altro da lasciare imbambolato, oltre al sottoscritto… La sfida è aperta, chi vuole raccoglierla?

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Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 4 voti.
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REBBY 6/10
luca.r 5,5/10

C Commenti

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fabfabfab alle 17:31 del 28 agosto 2008 ha scritto:

Bravo Marco! Bella recensione. Adesso mi cerco 'sto dischetto, che mi sa che è roba lontana anni luce dal mio immaginario. Non chiedermi di votare, però, perchè non ne sarei in grado.