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R Recensione

6,5/10

Long Distance Calling

Boundless

Cadute rovinose e rinascite inaspettate. Per poter invertire la rotta e risalire i Long Distance Calling dovevano evidentemente toccare il fondo, scavare fino a non sentir più la terra sotto i piedi e precipitare nel vuoto dell’anonimato, con questo gettando alle ortiche – in una manciata di anni e di dischi disgraziati, il pessimo “Trips” (2016) in modo particolare – un patrimonio artistico che si era chiaramente distinto fra i migliori della loro generazione. Alla ricerca dell’identità perduta, si resetta ogni sovrastruttura e si riparte nuovamente da capo: e lo si fa con un disco lucido, limato, fieramente strumentale, pervicacemente d’impatto, semplice ma non scontato. Un disco – nonostante le autoimposizioni, o forse proprio per quello – senza limiti.

La formazione di Münster, tornata in assetto a quattro, non perde tempo e va dritta al punto: scelta non priva di rischi, ma nel complesso indovinata perché, per quanto il rifferama post-prog di “Ascending” sia elementare e fondamentalmente prevedibile (qualcosa fra gli Amplifier e l’heavy-speed teutonico), il pezzo conserva un tiro invidiabile. Affermare di essere tornati ai tempi di “Avoid The Light” (2009), la prova fino a questo momento più centrata e brillante dei Long Distance Calling, è forse un azzardo: tuttavia, le similarità che avvicinano questo e il successivo s/t (2011) al songwriting di “Boundless” non sono poche, né sporadiche. A dir poco preponderante, ad esempio, è il ruolo delle chitarre di David Jordan e Florian Füntmann che, tra arpeggi, slide e accenni ambientali, recuperano con prepotenza l’antico vigore metallico (“In The Clouds”, il fraseggio tooliano iterato in coda a “On The Verge”), accostando sezioni di paesaggismo descrittivo a rocciose impennate crossover (“The Far Side”), imbastendo intense suite post metal vecchio stile (“Out There” è la convenzionalità fatta brano, ma indovina la coda in bottleneck) e catapultandosi in tempeste soniche che lambiscono le rive del thrash (un thrash comunque melodico e pur sempre zeppeliniano, s’intende, come nella conclusiva “Skydivers”).

Due le composizioni che – condividendo fondamenta costitutive più autenticamente blues – divergono sostanzialmente dal canovaccio sopra descritto. Una, “Weightless”, è un onesto ma prescindibile lento floydiano uscito dal songbook degli ultimi Crippled Black Phoenix che, carburando su una saltibeccante scansione ritmica in ¾, aumenta gradualmente il contagiri, fino al sopraggiungere della conclusiva, standardizzata parata post metal. Assai più stimolante – e, se la memoria non ci inganna, ancora inedita per la band – “Like A River”, il cui riff portante suonato in palm mute farebbe intuire addirittura evoluzioni matematiche, se non subentrasse nell’immediato un southern desertico con riverberi twang à la Morricone (ci sono persino la tromba di David Miles e gli archi di Eddie North ad arricchire l’effetto elegia).

Piano nella scrittura, contenuto nelle ambizioni, “solo” apprezzabile nel risultato finale. I Long Distance Calling, per come avevamo imparato a conoscerli, potrebbero essere in grado di fare molto di più di quanto si ascolta in “Boundless”: ma il recente passato, che ci ha abituato a ben di peggio, ci spinge a soprassedere e smussare le criticità. Comunque la si veda, il bicchiere rimane mezzo pieno.  

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