Long Distance Calling
Long Distance Calling
Si fa tanto parlare della crisi del post rock, della saturazione ormai intrinseca alla scena, dei milioni di gruppi fotocopia che emergono da ogni parte del pianeta, della critica all’attuale mediante la perentoria lezione dei maestri del passato. Ma poi, dicendocela tutta, chi rinuncia davvero a quei saliscendi? A quel timbro chitarristico? A quelle situazioni in cui non si trovano parole, perché le parole di fatto non ci sono, e gli spettri di emissione che alternano pieni e vuoti assurgono a funzione didascalica? A quei dischi di arpeggi tutti uguali, di melodismo esasperato, di improvvisi squarci policromatici? Il genere piace, punto e basta. Piace come piace Berlusconi, ché tutti puntano il dito ma intanto. Ed intanto lavoriamo per scovare l’alternativa, dall’una come dall’altra parte. Restringendo le nostre ambizioni, per ora, ad un cavillo puramente musicale, il nome che stronca sul nascere ogni tipo di polemica e ci riappacifica con il mondo esterno è quello dei teutonici Long Distance Calling.
Ci faremo capire con poche parole. “Avoid The Light”, di soli due anni fa, era un disco d’eleganza suprema, coraggioso nell’anteporre fisicità a fragilità, riff coriacei ad interminabili pizzicati, concretezza sonica – nondimeno metallica – a fumosi contorni ambientali. La tradizione germanica del thrash annacquata dalla sublime sensibilità armonica dei grandi paesaggi e dei nobili sentimenti, incasellata a meraviglia in un gusto tecnico che, senza timore di ferire nessuno, definiremo nobilmente progressivo. Il terzo, omonimo lavoro riesce nel difficile compito di non deludere le aspettative, aumentare la posta in palio e proiettare idealmente il nome del quintetto nel giro delle promesse che contano (contano dove?). Il segreto del successo è formalmente semplice. Mentre altri si accontentano del minimo indispensabile, gocce di carburante per tirare avanti sino alla successiva e sempre meno convinta incursione, i Long Distance Calling vivono di dinamismo, di una spinta propulsiva che incendia architetture, assorbe le lungaggini, accentua gli spigoli e metamorfizza in pieno svolgimento i bordi delle canzoni. I margini così scomposti, fratturati, non lineari (il che non significa, ad ogni modo, imprevedibili) si susseguono con fluidità impensabile da un brano all’altro, quasi a cementarsi in una sola espressione di vitalità.
Del pacchetto, è forse proprio l’iniziale “Into The Black Wide Open”, nonostante il ruolo attivo di un basso pulsante, a risentire delle pastoie di anni ed anni di abusi sconsiderati del tipico schema post rock, squilibrata nel mezzo da una liquida sospensione il cui atavico immobilismo è appena graffiato da un coraggioso tentativo di shake hard’n’heavy. Ma la bravura del gruppo nel contenere il manierismo e proporsi nell’attimo in un’altra veste circoscrive i danni al solo frammento e non estende pericolosi effetti collaterali al resto del disco che, ça va sans dire, si disvela in un graduale rilancio al dettaglio, al particolare, al colpo d’occhio specifico. “The Figrin D'An Boogie” ha il piglio di canzone rock consumata, con bombastico accumulo di tastiere nel primo badge e zaffate zeppeliniane nel secondo, senza perdere un grammo di evocazione. “Timebends”, il capolavoro di “Long Distance Calling”, si lascia sentire, risentire, analizzare, sezionare: sceglie per un attimo la delicata strada del semiacustico, avvicinandosi notevolmente ai migliori risultati degli Opeth romantici e settantini, salvo poi sposare in un secondo momento il pragmatismo tutto muscoli, sfoderando un micidiale basso in slap che annienta l’equilibrio del pezzo e lo conduce subitamente verso lidi dalla fascinazione gotica. “Arecibo”, dall’altro lato del campo, non le manda certo a dire ed imbastisce il più classico dei rifferama tooliani, per una coinvolgente, dissonante rincorsa prog metal.
Si torna a casa con la stessa sensazione di qualche mese fa, quando sotto le orecchie era capitato “Tunnel Blanket” dei This Will Destroy You: questi ragazzi, seppur per motivi diametralmente diversi, hanno un grande futuro di fronte a loro. Quando capiranno che chiamare John Bush degli Anthrax a cantare su “Middleville” non è un’ospitata prestigiosa, ma solo una tamarrata formale ed un contentino per i ricordi di giovani metallari, allora segnatevi la data sul taccuino. Uomini avvisati…
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