Orbe
Albedo
Il colpo di coda di un’altra, afosa estate arriva, sorprendentemente, sul suo finire, straight from Novara. Non è certo la prima volta che piccole e misconosciute pepite musicali, d’intrinseco ed indubbio valore, saltano all’attenzione di chi potrebbe veicolarne il messaggio in un usa e getta di popolarità, ma questa volta il discorso si fa leggermente diverso, voluminoso ed articolato senza alcun dubbio. Con la produzione ed il missaggio curati da Mauro Andreolli, un tempo storica mente dietro gli indimenticabili Rifiuti Solidi Urbani, gli Orbe sfondano la porta principale ed entrano a piè pari nel giro che conta, grazie al lavoro potenzialmente più rumoroso degli ultimi anni, Dead Elephant permettendo. “Albedo” è una sirena che passa nei pressi di Tortona, sotto la sede della Supernatural Cat, esplicitandosi in una serie di movimenti, cinque, sinceramente sorprendenti per quantità di argomenti messi a fuoco e loro sviluppo organico, a sprazzi lontanissimi dalle balbettanti incertezze che attanagliano i primi passi.
Parafrasando Manuel Agnelli, non si esce vivi dagli anni ’90. Fosse stato composto quindici anni fa anziché oggi, in America anziché nella poco recettiva Italia, il disco sarebbe diventato a furor di popolo una delle bibbie del post metal, da studiare e sezionare in ogni passaggio. Non è così, e gli Orbe da ispiratori divengono chiaramente ispirati: grossomodo i Pelican in “Lilith”, granitiche sincopi metal distribuite su distoniche cascate di arpeggi e creazioni di folgoranti soundscapes per accumulo ed associazione; “Sisifo” è scossa da acri stilettate, ma guadagna forza centripeta con un senso della pesantezza incredibilmente dinamico ed una bella coda lisergica; “Arjuna” è una corsa perpetua fra Tool e Neurosis, sgranata da progressioni technical nel mezzo e diluita da una montagna di droni e feedback, impalpabile ambient minimalista di gran classe. Numeri che non riescono a sventare il paragone – chi ci riuscirebbe al giorno d’oggi? – e che, tuttavia, sfoderano una personalità non comune, un utilizzo della tecnica finalizzato al risultato complessivo, un gusto per il dettaglio che devia dal gioco liquido di pieni e vuoti, marchio di fabbrica del genere.
Prova ne siano i due brani più interessanti del lotto, “Xbalanque” e “Amaterasu”, ventisei minuti in due e non sentirli. Un’illusione è l’attacco della prima, modellato sulla base delle epopee minimaliste degli ultimi Lento: le chitarre alternano intense sezioni di costruzione progressiva a lampi di furore demolitivo, più spesso impegnate in una torcida di pizzicati filtrati, vibrati, brandelli di psichedelia floydiana o travolte da un basso che ondeggia senza soluzione di continuità, per un livello di autoconsapevolezza sonora perfettamente rispecchiato nella magniloquenza delle battute finali, vera e propria parata doom sfregiata dall’acido. La tensione della seconda esplode in tumultuose dissonanze post-core portate all’estremo, regalando momenti di reale violenza d’impatto, stemperata in seguito dal taglio isolazionista che viene suggerito dalla massiccia ombreggiatura di archi (Godspeed You! Black Emperor?) applicata in chiusura, come solenne commiato funebre ed arrivederci al disco che verrà.
Il gran risultato che, per adesso, ottiene “Albedo”, quello di farsi riascoltare a ciclo continuo, pareggia l’altrettanto smisurata vergogna di trovarsi talenti del genere in casa e continuare ad ignorarli. Chi di dovere provveda.
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