The Chant
A Healing Place
Lì dove gli orizzonti indistinti del crepuscolo si confondono con figure in controluce dalle forme armoniche, una musica come quella contenuta in “A Healing Place” trova il suo luogo d’origine.
Raccogliendo l’ispirazione di formazioni come Anathema, A Perfect Circle, Katatonia, Opeth, Smashing Pumpkins, il settetto finlandese elabora, a partire da intuizioni personali dalle ampie vedute, la sua concezione di “ideologia progressiva”, depurandola da ogni velleità virtuosistica e calandola in atmosfere densissime e ricche di pathos. Se esiste una zona franca nella quale termini come post-progressive e post-gothic possono essere consentiti per definire la topografia di un territorio ad ogni modo di confine, di essa i The Chant sanno disegnare una mappa illustrata con maestria ma anche con senso della misura. L’attenzione è focalizzata tanto al panorama sonoro quanto al dettaglio: le canzoni si succedono in un flusso emozionale che non conosce soste sin dalle prime note dell’album fino alla sua conclusione.
Outlines apre l’album, convogliando i vari elementi che compongono il loro quadro d’insieme: una soffusa malinconia sorretta da finissimi intrecci vocali si solleva alta sul crescendo che incorpora rintocchi di piano e chitarre in moderata elevazione di volume, mentre la ritmica dapprima dimessa si espande per sostenere l’enfasi in aumento, fino al momento in cui si stempera in una inquieta introspezione. I ricorrenti visitatori di queste coordinate musicali, non potranno fare a meno di lasciarsi pervadere da questa marea sensoriale. Ma è solo l’inizio di una sequenza che mette sempre più a fuoco la lezione dei migliori Anathema, dei quali non solo ne vengono eguagliati i risultati, ma anzi questi vengono portati a quote tali da rendere inutile qualsiasi confronto: basta lasciar scorrere una Riverbed per toccare con mano l’arte dei The Chant.
The Black Corner, momento topico di “A Healing Place”, ripercorre gli stessi esperimenti di rilettura dell’immaginario dei Cure compiuti dagli A Perfect Circle con “Thirteenth Step”. Certamente le band che hanno messo in atto quel processo di revisione del metal-gothic, sono tornate ad abbeverarsi alla fonte originaria dell’esperienza dark-wave spostando all’estremo quel senso di introversione e di struggimento e ricollegandosi all’oscuro universo evocato non solo dai primi Cure, ma anche dai Sisters Of Mercy e dai Bauhaus, giocando sia sulle dilatazioni che sui contrasti. Sullo stesso sentiero si snoda il singolo The Ocean Speaks, in grado di innalzare un magistrale muro sonoro ma anche di sedurre attraverso una ammaliante melodia sottocutanea e, ancora una volta, attraverso amalgame vocali di grande suggestione. My Kin è un altra composizione chiave nella quale il protagonista è il pianoforte e nella quale la catartica progressione sonora sa regalare all’anima un godimento senza confini. Regret è la chiusura: un congedo più sommesso e mesmerico, nel quale ritornano gli echi della band dei fratelli Cavanagh ai tempi di quella gemma oscura di “Alternative 4”. In tutto “A Healing Place” non troverete un riff fuori posto che indulga in roboanti profusioni metal o che evolva in sterili divagazioni solistiche.
C’è una cospicua parte di me che non riesce a sottrarsi alla bellezza di un album come questo, costituito da cristallizzazioni emotive così considerevolmente ricche di riverberi. La terza prova in studio dei The Chant, pur non essendo originalissima, è tuttavia capace di proporsi come un veicolo espressivo nel quale forma e sostanza si compenetrano con impeto e perizia. Non mi sembra cosa da poco.
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