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R Recensione

6/10

The Ocean

Pelagial

In meno di dieci anni d'attività, il collettivo teutonico The Ocean ha intrapreso una corsa senza fine verso la concettualizzazione: l'arte minimalistica, la preistoria, l'eliocentrismo e il geocentrismo, la letteratura russa. Altro che mostri da baraccone e pinte di birra: da queste parti si suona metal del Nuovo Mondo, qualsiasi cosa voglia essa dire. Inevitabile che, con un monicker del genere, le sublimi profondità degli abissi marini entrassero a far parte, prima o poi, del novero dei temi cardine sui quali imperniare l'ennesimo panegirico musicale – uguale fascinazione, di tetra grandeur ed ibridazione peculiarissima, aveva a suo tempo colpito i conterranei Ahab. Detto, fatto. “Pelagial” sfiora appena la superficie dei marosi, sciaguatta a pelo d'acqua, si immerge nel silenzio, sprofonda nei dirupi, viene inghiottito dai silenzi metafisici delle fosse, triturato dalla smisurata pressione: la discesa talassocentrica s'equipara, con facile metafora, all'introversione nei pertugi dell'animo umano, epos romanzato in undici capitoli, sino a raggiungere il fondo e “da lì uscimmo a riveder le stelle” (da che mondo è mondo, un endecasillabo che si rispetti).

L'operazione, di complessità e sforzo teoricamente non minori rispetto a quelli messi in campo nelle occasioni precedenti, ha dell'ammirevole per come caparbiamente è stata concepita, avallata e portata a compimento, nonostante la grave defezione del cantante Loïc Rossetti, alle prese con fastidiosi problemi alle corde vocali: ostacolo prontamente aggirato, con la scrittura eminentemente strumentale dell'intero disco, solo in un secondo momento affiancata ad una seconda versione, con nuove incisioni cantate. Correttezza quasi imporrebbe una doppia recensione. In realtà, il minimo scostamento tra i materiali vanifica ogni proposito di ipertrofia produttiva: altresì detto, per convenienza ed economia, tratteremo “Pelagial” come un corpo unico, sin dall'inizio completo in ogni sua caratteristica, senza menzionare l'originale take.

Chi già conosce ed ammira The Ocean non avrà bisogno di ulteriore erudizione. Che strategia adottare, altresì, per chi si accostasse novello a “Pelagial”? Non si tema, in prima battuta, il classico concept prolisso, logorroico ed inconcludente: v'è un'invidiabile fluidità di fondo nell'alternarsi di schemi e battute, negli interstizi di raccordo tra un genere e l'altro, nella narrazione continuata che porta la suddivisione della tracklist a suonare artificiosa, banale escamotage per spezzare un'altrimenti indissolubile macrocanzone. Doveste aspettarvi qualcosa di rivoluzionario, tuttavia, rimarreste delusi oltre misura: aldilà del gioco intellettuale di estrema differenziazione di timbriche e tonalità (nella mente del gruppo, man mano che si procede nell'esplorazione di baratri sempre più fondi e ci si inoltra nel cuore della scaletta, lo stesso impasto strumentale dovrebbe apparire più tetro e claustrofobico), The Ocean si riconferma un progetto dalle buone – solo buone – potenzialità, capace di partorire grandi riflessioni su grandi temi, ma non di concretizzare similare ambizione nel prosieguo strettamente armonico.

Anche all'oscuro della provenienza geografica, ci si impiega una frazione di secondo, o su per giù, per capire quale sia la terra natale di Robin Staps, chitarrista fondatore del nucleo di metalheads. Il Wim Mertens subacqueo di “Epipelagic”, con archi cinematici che sfociano direttamente nella Sehnsucht di “Mesopelagic: Into The Uncanny”, non lasciano scampo a riguardo: la sensibilità è la stessa, silvana e sublime, dei Long Distance Calling dei tempi d'oro, e condivisa è anche la matrice primigenia, che racconta di una specificità power/heavy diretta discendente della frangia tedesca del conservatorismo NWOBHM. Appare qualche leggera stortura aggiuntiva nel raggiungimento della completezza melodica, la sfumatura che regala una maggiore modernità ed appeal al post-core all'acqua di rose di “Bathyalpelagic I: Impasses” (con un arrangiamento per piano e chitarre di respiro smisurato) o ai Mastodon semplificati, rocciosi, incorruttibili di “Bathyalpelagic II: The Wish In Dreams”. La delicatezza del trattamento prog che subisce il tema portante, rielaborato efficacemente in “Abyssopelagic I: Boundless Vasts”, diviene melassa a rilascio graduale nella prescindibile “Abyssopelagic II: Signals Of Anxiety”, in affanno a ricreare una patina emozionale che – nei fatti – aderisce poco e male al contorno strumentale. Ci si imbatte in cose più interessanti sul fondo, con l'operetta “Hadopelagic II: Let Them Believe” (introdotta da un tappeto di belle chitarre jazz) in progressione ed appesantimento graduale, con gli involucri di piano che danzano sulla furia neurosisiana di “Demersal: Cognitive Dissonance”, con la rovente marzialità sludge dischiusa in “Benthic: The Origin Of Our Wishes”.

Nulla che non si sia già sentito, comunque, decine e decine di volte. Bel contenitore, contenuto solo discreto: un persistente difetto di forma?

N.B. In seguito alla release di "Pelagial" è stato girato un mediometraggio, ad opera di Craig Murray, che utilizza la versione strumentale del disco come soundtrack. Buona visione.

V Voti

Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 4 voti.
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Lelling 8,5/10

C Commenti

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Mushu289 (ha votato 9 questo disco) alle 12:00 del 5 settembre 2015 ha scritto:

io ho trovato questo disco un capolavoro, Post Metal che non si fossilizza esclusivamente su atmosfere come fanno i Cult Of Luna, lasciano molto spazio alla melodia anche, il loro sound si discosta da quello di molte altre band Post che ho sentito, un sound personale che non mi da di già sentito affatto

Mushu289 (ha votato 9 questo disco) alle 14:55 del 5 ottobre 2015 ha scritto:

riguardo al fossilizzarsi sulle atmosfere non è una cosa negativa, ma è bello sentire che ci sono band che vogliono fare un Post Diverso dal solito, anche se ritengo i Cult dei Maestri del genere

Giorgio_Gennari alle 18:25 del 18 marzo ha scritto:

È vero che l'album non è un capolavoro di innovazione, vero anche che alcune parti ricordano i Mastodon e che Rossetti non canta in modo originale. Ma dopotutto, solo il fatto che un concept, anzi un one track album non annoi e scorra bene è una non trascurabile nota di merito. Che poi tutto sia suonato con un'eleganza stilistica un po' da "fighette", è un'altra nota di merito: te lo immagini Pelagial con più ritmi spaccaossa alla Meshuggah/Sepultura? Avrebbero rovinato il concept. Signal of Anxiety poi è un buon picco melodico, non colla male con il resto. In definitiva, a me piace..