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R Recensione

5/10

Wrekmeister Harmonies

Then It All Came Down

Dura trentaquattro minuti, l’omonimo atto unico di “Then It All Came Down”, secondo capitolo discografico per Thrill Jockey del super-ensemble Wrekmeister Harmonies (compartecipato, fra gli altri, da Ken Vandermark, Bruce Lamont degli Yakuza, Sanford Parker dei Minsk e il gran capo ed ispiratore del collettivo, l’artista visuale J. R. Robinson), ad appena un anno di distanza da “You’ve Always Meant So Much To Me”, con il quale difatti esce in abbinata. Trentaquattro minuti di irritante vuoto pneumatico, verrebbe da aggiungere, se non fosse che i rudimenti di deontologia professionale che ancora ci fregiamo di esercitare ci impediscono di sfogare a spada tratta la delusione. Il peccato originale di simili progetti sta nella loro ideazione: come poter pensare di suggerire qualcosa che colpisca il cuore dell’ascoltatore, se gli ingredienti sono stantii e la ricetta per mescolarli è divenuta oramai patrimonio orale comune?

Wrekmeister Harmonies, difatti, non nasce per confinare la propria creazione su disco, ma per veicolare il proprio messaggio in spazi artistici inconsueti, durante installazioni di varia natura, in condizioni sempre differenti. Così il magma strumentale – che, come da catalogo post metal, procede a strati e ondate, in un’alternanza di temi che è, parzialmente, anche sovrapposizione e variazione – trova senso ed implementazione. In questa forma, invece, l’incompiuta è fatale: tutto è dove si potrebbe pronosticare sia. Non stupisce, né tantomeno smuove il crinale di arpeggi acustici e field recordings che, per i primi dieci minuti, declina su sofferenti, estatici cori femminili (una cellula melodica impazzita che si replica all’infinito): non stupisce, né tantomeno smuove il successivo inquinamento da feedback, scontato preludio ad una struggente apertura d’archi che potrebbe appartenere ad un qualsiasi disco targato Constellation; non stupisce, né tantomeno smuove il guastarsi del dramma, il suo deteriorarsi in urla belluine distorte dal vocoder, l’irrompere di chitarre funeree e massicce; non stupisce, né tantomeno smuove un finale che non è finale, ma preludio ad un altro da attendersi (si parla già di inizio 2015).

Then It All Came Down” (citazione dall’intervista-essay di Truman Capote a Bobby Beausoleil, membro della Manson Family condannato all’ergastolo per l’omicidio, nel luglio del 1969, del suo insegnante di musica Gary Hinman) non è brutto, né amatoriale: è semplicemente inutile. Il peggiore aggettivo che si potesse impiegare, non c’è che dire.

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