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R Recensione

6/10

Zu

Cortar Todo

Todo modo para cortar la voluntad divina ed ammazzare definitivamente (coloro che avevano amato alla follia) i vecchi Zu. L’avatar 2.0 di Luca Mai, Massimo Pupillo e Gabe Serbian è l’urlo del barricadiero, una fangosa poltiglia metallica che riverbera gli echi ed i fragori di guerre, apocalissi, devastazioni nucleari, ed ancora morte, solitudine e tenace applicazione alla resistenza, un difficile astratto femminile che con la sola perdita della liquida iniziale si eleva ad un grado di universalità ed imprendibilità decisamente superiore. D’altro canto, esistere, per il nuovo power trio italo-americano, richiede un inedito sforzo mentale e fisico, tale da non garantire spazio residuo che non sia pervicacemente dedicato allo stretto necessario per assicurarsi lo scopo. “Cortar Todo” (l’imperio come solo nell’Urbe lo si potrebbe concettualizzare), in questo, assomiglia a quei sunti letterari composti ad hoc dagli stessi autori, per soddisfare i neofiti e rinfrescare la memoria ai veterani: alla concinnitas si sostituisce la brevitas, all’ipotassi l’ellissi. Succede così che le radici del verbo rimangano perfettamente intellegibili, ma a depauperarsi sia la morfologia, a cedere terreno la ricchezza.

A non aver alcun pelo sulla lingua (ché è bello parlare da pari a pari, come tra gli amici più franchi e leali, con il miglior gruppo italiano degli ultimi X anni) mi verrebbe da chiedere il perché intimo di questo ritorno, dopo che il prezioso EP-segnale dello scorso anno (“Goodnight, Civilization”) aveva lasciato inevase una quantità abnorme di questioni cruciali e “The Left Hand Path”, collaborazione con Eugene Robinson degli Oxbow di recente uscita ma ben più lontana scrittura, assomiglia già al simulacro di un’era obliata. Il dilemma lievita, poi, nel considerare come ciascun membro abbia costruito, negli ultimi anni, altre e stimabilissime fortune: da Luca Mai, riscopertosi mefistofelico avant-rocker negli Udus e pioniere tutto cuore, cervello e polmoni nei Mombu (per tacere delle numerosissime comparsate come special guest in dischi terzi), al curriculum chilometrico di Massimo Pupillo (alcune note: Obake, Germanotta Youth, Lydia Lunch, Geoff Farina), al gagliardo Serbian che – con i Locust in iato ormai pluriennale – si è tenuto ben allenato nei Retox (il cui ultimo “Beneath California” è, peraltro, uscito da un paio di mesi appena). Tutti gruppi, progetti, storie di vita diversissimi fra loro, antitetici quasi: forse bulimia, sicuramente creatività. Ordunque: valeva la pena scongelare un monicker storico e glorioso, Zu, ridonargli la vita, spianare la memoria del passato e di Jacopo Battaglia e ricominciare da zero con quello che – non esitiamo a definirlo tale – è il full length più modesto ed inquadrabile di una carriera ventennale?

Ogni perplessità va inquadrata in questa tipologia di ragionamento, superiore e massimamente generale. Non è dato fare altrimenti. Alle nostre orecchie, “Cortar Todo” suona come la versione metallizzata (leggasi: standardizzata, lontana dall’imprevedibilità), regolarizzata (e non istrionica), quadrata (e non storta, sordida, sbilenca), fisica (e non demoniaca), atmosferica (e non orrorifica) di “Carboniferous”, con il quale condivide, sostanzialmente, la corazza di metallo fuso. “Rudra Dances Over Burning Rome” avvicina i Fear Factory – eccolo, un altro paragone che ritorna – agli ossessivi groove melodici dei Sons Of Kemet, infilandoci di sguincio il breakdown doom di turno. “Orbital Equilibria” sono i Bitch Magnet nelle spirali di un inferno jazzcore (prima ed unica volta che si possa impiegare a ragione l’etichetta, ormai pienamente desemantizzata), “Conflict Acceleration” la bordata tonitruante da gabber di ritorno, “No Pasa Nada” il didascalico industrial-sludge inframmezzato da ritornello bandistico. Tutto si sussegue senza patemi, senza angosce, senza scossoni: i muscoli non sempre sopperiscono alla calligrafia (gli Isis di “Celestial” riflessi in “Vantablack Vomitorium” ne sono chiarissimo esempio), le interpolazioni dark ambient sono più apnee che immersioni introspettive (“Serpens Cauda”), ai selvaggi tribalismi del grind-jazz di “The Unseen War” non viene sfortunatamente data alcuna continuità.

Tanto grande il conflitto interiore quanto, a conti fatti, facile e a tratti insoddisfacente il risultato. “Cortar Todo” esalta le doti tecniche dei nuovi Zu (se non superiori a quelle di “Carboniferous”, perlomeno prospicienti ad esse) in un brano devastante come la title track, una wannabeChthonian” giocata su un ringhioso insistito di basso e su un incalzante scalpiccio cassa-charleston, in un sommarsi di microfasi cicliche mai coincidenti (si può distintamente percepire la velocità d’esecuzione frenare ed accelerare: il minimalismo degli Orthrelm applicato ai poliritmi dei Meshuggah) che impazziscono, infine, in una salsa noise assai vicina agli ultimi Noxagt. Notevole, per la maestosità dei toni ed il ciclopico farsi e disfarsi della ritmica, anche il post metal nevrastenico di “A Sky Burial”, o come far precipitare “Obsidian” giù per un crepaccio senza fondo: ma è davvero tutto qui. A pensare che saranno questi gli Zu di cui parleremo diffusamente nel corso dei prossimi anni, non può non salire – almeno per il momento – una grande malinconia di ciò che è stato e non tornerà.

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