The End
Elementary
In quest’epoca che si premura di nascondere,come cicatrici sul volto di una ruffiana,le lacerazioni dovute allo sviluppo di un incalcolabile,infinitesimale iper-capitalismo,rimestata da economie impazzite che liberamente transitano a doppia o tripla velocità,cupamente assoggettata allo sterile dominio della tecnica applicata e dell’informatica nonchè grottescamente spiata dal ciclopico occhio della posterità,possiamo soltanto sperare che una testimonianza del nostro seme intellettuale,un filare di concupiscenza emotiva nasca,cresca e continui a dar frutti ben oltre il nostro passaggio su questa smunta terra.
Alle prese con lo scenario testè abbozzato,non è un caso,dunque, che sia un ensemble del Canada,granaio del nuovo mondo,sterminata distesa di silos e pianure su cui la mano dell’uomo non può posarsi senza il timore di contaminarle,così come terra di gelide,asperità rocciose che rispecchiano impenetrabili le nostre più tetre riflessioni,ad inchiodarci,con la sua musica,ai nostri doveri di futuri,ipotetici abitanti di un “Brave New World” che forse reca già impresso nel suo imperscrutabile karma l’essere in fieri,secondo le previsioni di Huxley, “l’inferno di un posto,migliore di questo”. Sono in cinque i The End, tutti nativi di Missinauga,Ontario e trainati sul mercato indie americano da pubblicistica tipo questa : “...demenziali come i Dillinger Escape Plan, metallici come i Mastodon e rumorosi come i Neurosis. [...]”.
Già autori di un ep il cui solo titolo sembra un romanzo di Thomas Pynchon, Transfer Trachea Reverberations from Point: False Omniscient (Re-define Records), candidato agli Awards canadesi della musica indipendente nel 2001 e di un album Within Dividia (Relapse, 2004),“...un vaso di Pandora di suoni e visioni della tenuta Dividia e dei suoi abitanti in un racconto dal formato concept [...]”, si presentano ora sulle scene accompagnati dal sordo clangore post-bellico della loro ultima fatica Elementary (Relapse, 2006). Conviene subito precisare che certi paragoni, compresi quelli sopraccitati, risultano, fin dal primo ascolto,stretti come panni smessi indosso ai Nostri,non tanto perchè esagerati o inverosimili,quanto perchè facilmente passibili di notevoli arricchimenti o parziali stravolgimenti. Elementary è un disco di post core nel senso più ampio e onnicomprensivo del termine, una sorta di summa del genere: possiede, si, le tempestose palpitazioni emo(tive) dei Poison the Well (che si mescolano all’afflato “shakespeariano” dei Tool in The Never Ever Aftermath),il rarefatto frastuono melodico e ambientale degli Isis (The Moth And I),certo, le strazianti ipnotiche escandescenze dei Converge (Dangerous), come no, ma a questo ammaliante arazzo dai colori saturi bisognerebbe aggiungere anche la misantropia desertica e allucinata dei Kyuss in Throwing stones, le armoniche evoluzioni vocali e i tempi dispari dei Mars Volta (incrociati con i Turmoil in My Abyss), le chitarre velenose e nevrotiche dei Blood Brothers in Animal.
Fra picchi di afflizione emo, baratri originati da furibonde colate metal core e, nel mezzo del cammin, dirupi sassosi quasi doom, è solo alla fine del suo accidentato sentiero, tuttavia, che il disco ci accoglie nella buia spelonca da cui proviene il battito costante del suo cuore rivelatore: A FellWind, In Distress, And Always... si saldano a comporre una sorta di trilogia dell’apnea industriale e rumoristica,un cordone ombelicale del riverbero e della distorsione da cui lentamente si alimenta,tenero e sottocutaneo, il conforto di una dolce modulazione elegiaca che cresce spavalda e commovente fino ad uno struggente finale acustico ed orchestrale.
È come se i nostri cinque cavalieri dell’apocalisse (tecnologica) si sforzassero disperatamente di far filtrare nelle buie feritoie della loro armatura sonica, forgiata nel gelo atavico dell’acciaio hardcore, lo stentoreo affanno dei sentimenti umani,nella speranza che le emozioni represse della civiltà della produzione e dei consumi tornino ad adombrare la naturale unità di misura dell’esistenza umana. Prima di finire, a loro volta, misurate, imprigionate e rimesse in circolo sotto forma di edonistici surrogati. Prima che la resistenza sociale mostri il volto tetro e omicida della disperazione. Se le nebbie del fato aleggiano minacciose sul destino dell’umanità,lo splendente sole della qualità musicale irradia invece l’orizzonte dei The End , i quali,a dispetto del nome, promettono di assurgere ben presto agli stessi standard di eccellenza già raggiunti dai mastermind del genere a cui appartengono. Non ancora, certo,ma siamo a tanto così. Ragion per cui, mentre aspettiamo insieme la comparsa del prossimo capitolo che potrebbe recare con se la conferma delle mie sentenze aruspicine, vi invito ad assaporare appieno e con tutta calma il bruciante aroma d’assenzio e stramonio emanato da questo magnifico Elementary. Il tempo c’è e, credetemi, non ve ne pentirete.
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