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R Recensione

9/10

Yakuza

Transmutations

È davvero possibile che il metal, in trenta e più anni di evoluzioni, sconvolgimenti, tecnicismi, sperimentazioni, sia considerato dai più ancora un territorio spicciolo, barbaro, indegno di attenzioni, senza inventiva, buono solo ad esaltare le sprovvedute, giovani masse, bisognose di qualcosa di “ribelle”?

Sono certamente il primo ad ammettere che in questo grande universo sono moltissime le formazioni che infangano il decoro ed il buon gusto di musicisti ed ascoltatori: gente incompetente, che non aggiunge niente di nuovo a quanto non sia già stato detto e, anzi, lo fa in una maniera spicciola e frettolosa, preoccupandosi più di riciclar(e)/si che di comunicare qualcosa. Anche i vecchi draghi, passibili di flessioni di rendimento, stanno cominciando la lenta scalata verso il declino.

Ma per quanti gruppi inutili voi possiate trovare e denigrare nel metal, con il mio pieno supporto, ve ne sono degli altri che, al contrario, non si fermano al riff caotico, o all’urlo belluino, o alle ritmiche sconclusionate, giusto per dare in pasto agli affamati revivalisti un osso succulento. Gli innovatori ci sono ancora, oggi più che mai, anche in questi tempi difficili: band che non hanno perso la voglia di prendere gli elementi canonici di ogni corrente metallica, e stravolgerli con riletture personali, oppure cercare di fondere fra di loro ogni più insignificante sottogenere del metal con libere correnti creative riconducibili a varie epoche e a varie culture, per creare qualcosa di affascinante e, soprattutto, soddisfacente nell’ascolto. Gli Yakuza, quartetto di Chicago, fanno parte di questo secondo gruppo.

Giusto un anno fa usciva “Samsara”, grande esperimento avanguardistico che, facendo confluire in sé il post-hardcore più grezzo con elegantissimi ghirigori fusion, aveva fatto gridare al miracolo una buona parte dei critici addetti. Dopo dodici mesi esatti, in luglio, viene partorito questo “Transmutations”, la prova del nove per la band, alle prese con ansie da riconferma e gestione di una difficile (e complessa) eredità sonora. Risultato? È presto detto: con incrollabile tenacia ed elogiabile ricerca cromatica, gli Yakuza hanno firmato senz’ombra di dubbio l’highlight metal del 2007.

Tutto ciò che nel lavoro precedente era appena abbozzato o, in ogni caso, non perfettamente analizzato, in questi dieci pezzi viene arricchito, estremizzato, sviscerato con perizia e tecnica notevoli. Il post-hardcore di marca Isis (e Neurosis, anche, ma in percentuale minore) rimane di fatto la solida base compositiva dei quattro: a questo, si deve aggiungere una maggiore compresenza di venature free jazz – il cantante, Bruce Lamont, è anche un sassofonista! –, una sistematica esplorazione della world music ed un riuscitissimo vaglia di lidi metallici alternativi a quello indigeno (due fra tutti, il death e il doom, interpretati con stupefacente abilità). Non c’è una sola canzone uguale all’altra, riferimenti al passato ne troverete francamente pochi, accostamenti con complessi simili diventano sinceramente difficili.

Sin dall’opener “Meat Curtains”, una maledetta, infernale litania sludge di proporzioni ingombranti, con il minaccioso arpeggiato in apertura e gli inquietanti squarci vocali successivi, che danzano rabbiosi su notevoli ripiegamenti progressive, si può capire di che pasta sono fatti i Nostri: poche parole, molti fatti. Gli Yakuza non rinnegano altri spasmi congeniti e spargono a piene mani ulteriori rigurgiti iracondi, intelligentemente violenti nel loro svilupparsi: si risentono i Dillinger Escape Plan nei crampi percussionistici della breve “Steal The Fire”, oppure i Converge nel complicato ordito strumentale (Tool docent) della meritevolissima “Praying For Asteroids”, un perfetto luminare cosmico di come si possa fare del placido rumore senza correre il rischio di essere bollati come idioti.

Ma, come detto, la calma apparente trionfa spesso sulla burrasca impetuosa.

Accade che i Pink Floyd abbiano voluto proiettarsi in uno squarcio tridimensionale senza identità, ed allora abbiamo uno straniante compendio psichedelico che sembra generato da un tempio arcano, dove le linee vocali risuonano lontane e poderose e il sax è come coperto da un velo di nebbia (“Raus”). Oppure, che una tenue fiaba raccontata da un griot in una notte asciutta, venga spazzata via da un incedere math-core letteralmente annichilente per potenza, qualità e validità (“Congestive Art-Failure”, bellissima). Ma capita anche che il sacro venga mescolato col profano, e quindi lamenti indistinti da processione massonica, con tanto di risate diaboliche in mezzo, si alternino a valanghe di screaming letali che si susseguono come in un maremoto (l’interessante “The Blinding”). E quel favoloso levare melodico di “Existence Into Oblivion”, insistente nella sua ricorrenza, che pare uscito da una session dei primi Opeth, se non fosse per le risacche jazzate?

Gli Yakuza, a questo punto, osano e si spingono ancora oltre: il massimo esempio è dato dalla complessa scarica di doppio pedale che travolge gli echi new age dell’incredibile “Black Market Liver”, con un cantato dissonante e sovrainciso, e un duetto fra sax e chitarra davvero commovente.

Ma se il metal si personificasse e decidesse di vivere nel 2007, la sua forma prediletta sarebbe quella di “Egocide”, picco dell’album nonché una vera e propria testimonianza di come sia fantastica l’innovazione. Un introduzione lounge e un po’ naif, con il morbido sax ad avvolgere una ritmica ben definita, che sfuma in un cantato intenso ed espressivo: a sua volta, come in un incubo da cui non si può sfuggire, si erge una muraglia di chitarre che, secondo dopo secondo, soverchia a forza, in una corsa impazzita, i brandelli resinosi presenti sulla scena, ed intraprende un duello all’ultima nota, incalzante e senza respiro, con lo strumento a fiato. Non si capisce francamente quale sia il vincitore, ma tutto diventa più caotico e confuso, in una bolgia strumentale sempre più furiosa, e risuonano dei folli cori che, sullo sfondo, tratteggiano un’impalcatura teatrale degna dei migliori Sleepytime Gorilla Museum. Prog, death, post-hardcore, doom, free jazz, swing, tutto si unisce e si amalgama senza apparente manovra. Sette minuti e mezzo di delirante attesa.

Siete ancora sicuri che il metal sia un genere da trascurare? A voi la sentenza finale, ma gli Yakuza hanno già deliberato, e quest’album è oggettivamente imperdibile.

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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TheManMachine alle 14:53 del 17 gennaio 2008 ha scritto:

Scrivi bene, questo è innegabile, però dovresti, secondo me, cercare di fare più sintesi e velocizzare la tua scrittura. Proposta interessante.

Lezabeth Scott alle 13:59 del 22 gennaio 2008 ha scritto:

Aldilà dei gusti, obiettivamente, come si fa a dare quattro a un disco così? Ci sono parametri oggettivi (tecnica,composizione, esecuzione), che impediscono al buon senso di scendere sotto una certa soglia! Posto che ti annoi, preferiresti essere altrove, uno dei roadie del gruppo t'ha soffiato la donna, non vedo come e cosa possa centrare con il merito della proposta musicale in questione. Certe volte sembra di vedere all'opera dei franchi tiratori, appena un disco ottiene una valutazione notevole e sale in classifica, interviene qualcuno che, a prescindere e per motivazioni assolutamente imperscrutabili, decide di tirarglo giù. Mah...

Marco_Biasio, autore, alle 20:29 del 22 gennaio 2008 ha scritto:

Vedi, Doop ?

Come da titolo. A quanto pare non sono l'unico a pensarla così, e i dubbi rimangono, persistenti. Personalmente, se un disco o, nel tuo caso, addirittura un genere intero non mi piace, caro Giacomo, semplicemente evito di commentarlo. E di votarlo. Non giro il dito nella piaga, nè voglio entrare in conflitto con te, ma sono quasi certo che tu questo disco non l'abbia mai ascoltato. Non perchè questo in particolare meriti, ma perchè la stessa storia si ripete, identica, con TUTTI i dischi metal che ricevono buone votazioni: High On Fire, Rwake, Electric Wizard. E la lista potrebbe continuare. Vabbè, va, torno ad ascoltare gli Earth, per poi recensirli, e sui quali mi aspetto il tuo prossimo 4, 5 se va bene.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 12:00 del 23 gennaio 2008 ha scritto:

purtroppo è vero

o perlomeno sembra anche a me che troppo spesso la gente si diverta a dare voti a cazzo qua e là. Questo è il prezzo da pagare per un voto unico che tenga conto di pubblico e recensore.

Cmq tornando al disco l'ho recuperato e caspita...spacca di brutto. Raffinato ed elaborato, svaria diversi generi. Forse c'è ancora troppo scream ma mi sembra un disco davvero completo. Voto 8 ma sarebbe un 8,5. Oh Marco ho deciso che ormai sei diventato il mio pusher ufficiale per le uscite metal