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R Recensione

7/10

Dialeto

Bartók in Rock

Si fa un gran parlare, di questi tempi, principalmente per ragioni politiche, della purezza e impurità della razza umana, dando per scontato che la purezza della razza debba essere preservata , anche a costo di leggi vessatorie.” “ Il contatto fra culture diverse non comporta solo un cambiamento del piano melodico, ma fornisce impulso allo sviluppo di nuovi stili. Una completa separazione dalle influenze straniere significa stagnazione, mentre impulsi esterni ben assimilati forniscono possibilità di arricchimento”. 

Non c’è da illudersi che le parole in questione, nonostante il forte richiamo all'attualità, provengano da un pensatore contemporaneo: sono invece pensieri estratti da un saggio del compositore ed etnomusicologo ungherese Bela Bartòk, tratte dal saggio del 1942  “Race purity in music”. Al loro autore, ed al significato profondo di integrazione che racchiudono,  pagano omaggio, con questo cd, i Dialeto, trio proveniente dallo stato brasiliano di Sao Paulo, cresciuto in un crogiuolo di culture ed esperienze che li ha portati a contatto con il rock di Hendrix, Led Zeppelin e Santana, l’heavy dei Black Sabbath e Deep Purple, come con il jazz rock di John Mc Laughlin, dei  Soft Machine e con l’universo di Frank Zappa. Influenze che, magari non avvertibili singolarmente, impastano nel loro insieme il power rock chitarristico di Nelson Coelho, Gabriel Costa e Fred Barley in questa libera trasposizione di temi di Bartok nel linguaggio rock. Se quasi sempre risulta difficile stabilire un parallelo diretto fra le composizioni per pianoforte dell’autore e le sature atmosfere elettriche dei Dialeto, l’operazione presenta numerosi aspetti interessanti, grazie alla capacità dei tre di cavalcare diversi registri evitando i clichès dell’hard rock e del progressive e lasciando spesso spazio all’improvvisazione.

In apertura i due “Mikrokosmos (113 e 149)” sono tradotti rispettivamente in un roboante riff hard amplificato dal violino dell’ex Crimson David Cross, ed in una ritmica ballad psichedelica dominata dalle esplosioni della chitarra di Coelho, mentre “An evening in the village” affida ad un intreccio minimalista ed etnico la propria veste sonora. Il corpo centrale del disco è quindi occupato dalle sei “Roumanian flok dances”, nelle quali il gruppo, alternando toni epici, un solido apparato di percussioni e fughe psichedeliche riveste di nuovi contenuti la suite di danze popolari scritte in origine (1915) per pianoforte, e successivamente tradotte in versione orchestrale, nel 1917. In chiusura una delle migliori trasposizioni: il delicato e quasi infantile tema di “The young bride” fornisce il pretesto per una lenta e cadenzata esplorazione in territori dark e decadenti, una versione aggiornata in chiave doom dei Sabbath. E immaginare che da Bartok si possa arrivare fin qui non è davvero scontato.

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