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R Recensione

6/10

Dream Theater

Six Degrees of Inner Turbulence

Se il lavoro precedente, Scenes From A Memory, era un ritorno alle sonorità calde di Images & Words, questo Six Degrees of Inner Turbulence è da ricondursi logicamente ad Awake. Questo qui è inoltre il primo album doppio della band; 90 e passa minuti di musica, i quali però, come vedremo, non sono sfruttati a dovere.

Ma prima, concedetemi una digressione sulla figura di Jordan Rudess. Il “nuovo” addetto alle tastiere (era già presente in SFAM e nel Live correlato), influisce molto sul sound di Six Degrees, nel bene e nel male. Egli infatti da una parte è uno strumentista capacissimo che infarcisce la musica con linee pianistiche particolari e passaggi tastieristici intricati. Dall’altra però, i suoi assoli elettronici sono quasi sempre fastidiosi e banali: da questo lato non regge assolutamente il confronto né con Kevin Moore né con Derek Sherinian, ma su questo punto ritornerò più tardi; quel che è certo è che in questo album i suoi pregi e difetti come musicista sono decisivi, anche di più rispetto Scenes From A Memory, e ciò contribuisce parecchio al saliscendi qualitativo nel susseguirsi delle sei tracce.

L’imponente opener di tredici minuti, The Glass Prison, è esemplare del senso di confusione di fondo che pervade il disco. I rintocchi di campana con arpeggio di chitarra sono un inizio non particolarmente originale, che però evolve in un pregevole incastro dei vari strumenti: praticamente gli Yes a rallentatore, o meglio i Dream Theater a rallentatore. Una partenza d’effetto, ma le cose non vanno a parare come previsto: come se di colpo ricordassero di essere una band metal, il brano lascia spazio ad un nerissimo riff supportato prontamente dalla doppia cassa, poi la chitarra casella nervosamente note a raffica. Non a caso la canzone parla di problemi d’alcolismo, quindi è normale che la musica prenda una piega più cupa. Le linee melodiche di Labrie non sono particolarmente a fuoco in questa traccia, ma ciò non è poi un grosso problema perché non stona col senso di smarrimento dato dalla musica in svolgimento. Ad ogni modo, la ripresa del tema principale verso la metà del sesto minuto è una boccata d’aria fresca. Poi il brano si incattivisce di nuovo, e Labrie si avvale pure di un contraccanto minaccioso. Fin qui il giochetto si regge piuttosto bene a dire il vero, pur con qualche stiracchiamento; il piccolo dramma giunge alla fine del decimo minuto, quando la band intraprende un ritmo più tirato e si prodiga in assoli scorrazzanti che di fatto rovinano la casellatura attenta che si è potuta precedentemente apprezzare (quello di Rudess poi, è di una bruttezza allucinante). Il problema dei Dream Theater in quest’album è che troppo spesso deragliano dai brani ostentando sfoggi di tecnica privi di sostanza: queste cose si possono azzardare dal vivo, per incendiare l’atmosfera, ma su disco l’effetto è ben poco entusiasmante. E così quando Labrie finalmente riprende la melodia principale (fino ad ora era rimasta strumentale) è una benedizione.

La traccia successiva non è un passo avanti. Blind Faith si presenta come un buon brano pop-metal, equilibrato e coinvolgente al punto giusto, il problema è che non dura cinque minuti, ma dieci; terminata la linea vocale, quando a 5:13 la canzone invece che sfumare prosegue con un assolo di chitarra un po’ “alla Page”, si capisce subito quanto questa ripartenza sia inopportuna. La canzone infatti si stira alla buona, pur potendo contare su un bell’intervento pianistico agli inizi del settimo minuto che potrebbe anche essere un pretesto per finirla lì, e invece niente, loro ci costruiscono attorno tutto un tema. Un modo di fare già visto in Learning to Live, ma se là il trucco era necessario per concludere il capolavoro, qua l’operazione è solo stucchevole.

Certo che un brano come The Great Debate (13 min.) ben evidenzia come il complesso abbia comunque ancora classe da vendere. Qui i nostri si lasciano contaminare da atmosfere tipiche di gruppi come King Crimson e Tool, e mettono in scena una sequenza ciclica formalmente impeccabile. Rudess (mannaggia a lui) non poteva esimersi da un altro assolo sciagurato a metà del decimo minuto, ma il refrain di Labrie è ottimo e in fondo tutti i musicisti svolgono un lavoro egregio.

Nemmeno Misunderstood delude. Apre come aprirebbe una canzone di Alanis Morissette, ma gli sbadigli non hanno modo di uscire dalla bocca: dolcemente, ma con fermezza, la melodia prosegue e si rivela pure bella robusta. Dopo il refrain l’atmosfera si scurisce, ma prima che le tinte fosche avvinghino del  tutto la coda c’è il tempo di declamare ancora il ritornello, dopo uno struggente incipit. Ottimo lavoro, James Labrie, il tuo patetismo titanico è riuscito ad emozionarmi anche stavolta.

Davvero un ottima idea poi quella di concludere con una canzone dolce e intima come Disappear, un’altra (eccellente) del filone “ gli ultimi Pink Floyd non hanno mai scritto”. La loro scienza della ballata, collaudata dai tempi di Images & Words ma in modo particolare su Falling Into Infinity approda qui ad un esemplare dove tutto il manuale viene consultato, tutte le timbriche e dinamiche vengono rispettate. E anche qui Labrie fa centro.

Tutto sommato Six Degrees è un album buono, degno d’interesse, in cui la band tenta nuove convincenti strade, pur affondando talvolta in vani virtuosismi che minano la solidità di alcuni brani. (Naturalmente poi è corretto considerare che la pubblicazione dell’opera avviene in un periodo in cui il panorama metal non è per nulla avaro di uscite esaltanti: si pensi a White Pony, Cult of Luna, Khanate, Lateralus, The Mantle ad esempio)

Bene, dunque, anzi male, perché purtroppo l’album è doppio, e nel secondo disco c’è quella che viene spacciata dai Nostri come una suite di 42 minuti; nei fatti non lo è, in quanto le otto parti di cui è composta non sono legate da un buon filo logico né lirico né musicale per potersi definire tale (al massimo può essere un concept), ma è pure troppo pesante e discontinua nel suo insieme per essere un album di buon livello. Questa sorta di “creatura impazzita” si vuole proporre forse come il definitivo tour-de-force stilistico della band, e questo è arduo da realizzare nel 2002 perché già i Dream Theater già si sono cimentati in tracce del genere, e pure di ottimo livello; si pensi inoltre alle differenze stilistiche tra The Killing Hand, Learning to Live, Scarred, Lines In the Sand e A Change of Seasons, e già s’intuisce l’improbabilità di riuscire nell’impresa senza perdere in termini di godibilità.

Ad ogni modo essa merita una descrizione (troppo facile dire: è brutta, punto), perché nel le sezioni in sé non sono sempre un completo disastro. Il fatto è che ognuna di esse è permeata di quel senso di confusione che si avvertiva nel primo disco moltiplicata per tre: non si capisce dove la band voglia andare a parare.

L’Overture è un esercizio di prog classicheggiante che si dilunga oltre il necessario (quella di Scenes durava la metà, e infatti andava bene), About to Crash è una canzone che si incupisce verso la fine, quando tutto si scoglie davanti ad un lentone di Petrucci. War Inside My Head è più heavy, The Test That Stumped Them All recupera ferocia, anche se talvolta con soluzioni troppo alla System of a Down. Goodnight Kiss e Solitary Shell  per una metà propongono pop (anche piacevole, ma di sicuro non entusiasmante), per l’altra perdono tempo. La band si perde in un bicchier d’acqua, suona troppo spesso divagazioni piuttosto che idee, seguendo un malsano modo di fare progressive noto dai tempi degli EL&P e di Tales from Topographic Oceans. Solitary Shell, poi, trasmette una sgradevolissima sensazione di deja-sentí (vi ricorda niente And You and I degli Yes?). E così la reprise della seconda traccia torna ad una parvenza di brano compiuto ed efficace, dopo una partenza molto Rush, mentre il Losing Time / Grand Finale chiude il discorso, pur con una nota in diminuendo lunga due minuti abbastanza imbarazzante, nel finale.

 Quasi tutto nella falsa suite è approssimativo o incompiuto, e di conseguenza Six Degrees lascia in bocca un gigantesco “Mah”. Petrucci continua a piacermi molto con le sua raffinata tecnica chitarristica, e Portnoy infarcisce le composizioni migliori con notevoli effetti di batteria, ma tutto ciò non riesce a giustificare un opera dove la forma supera di molto la sostanza. 

L’album, il 6° della discografia, contiene 6 nel proprio titolo ed è composto da 6 tracce: la frittata è già fatta, quindi non dovrei evocare alcun dèmone con il mio giudizio.

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