V Video

R Recensione

8/10

Opeth

Orchid

Prendete l'albero con cui avete più ricordi d'infanzia, immaginatevi indifesi con lui al centro di un bosco di conifere a latitudini vichinghe, stringetelo mentre la bufera di gennaio vi sferza graffiante il volto concedendovi minime tregue di torpore: questo è “Orchid”. L'esordio degli svedesi Opeth, spesso bollato come acerbo, risulta invece più che mai convincente nella sua ruvidezza e genuinità.

La formula del gruppo è nota ai più: lunghi brani divisi tra rabbiosi ostinati in bilico tra death e progressive metal al limite dell'ipnotico ed intimi incisi acustici, ora puramente folk ora dalle venature jazz; la voce di Mikael Åkerfeldt alterna in un continuo crepuscolo veemenza growl a sezioni chiare e pulite, testimonianza del considerevole bagaglio tecnico del cantante nonché prima chitarra della formazione.

La poetica opethiana, rimasta sempre coerente con se stessa, è chiara sin da questo primo episodio: decadenza legata alla natura (in debito diretto le bucoliche visioni del maestro Baudelaire), tristezza non melanconica ma irreversibile ed opprimente, riferimenti climatici propri del paese d'origine, misti a stilemi gotici tradizionali; al contrario di tanti altri conterranei però, si glissa su paganesimo e supremazia ariana, temi all'epoca già cristallizzati e superati: si preferisce loro una narrazione più esistenziale, come rivela la traccia d'inizio “In Mist She Was Standing”, che apre in medias res con un riff ruvido e sostenuto da doppia cassa, il quale si evolve più volte prima di lasciar spazio ad un primo idillio tanto puro quanto spettrale, subito riaccompagnato dal resto dell'organico che esplode in un cambio di metrica a riportare il brano sui rapidi ritmi iniziali; la suite continua con una seconda pausa glaciale e profonda, seguita ancora da una coda diretta e robusta.

La parola chiave è ipnosi: per quanto si possano nascondere i propri sentimenti dietro una superficiale maschera di indifferenza al termine del primo ascolto, non si possono recidere i fili sottili con cui Åkerfeldt e compagni ci tirano a loro: per “Under The Weeping Moon” la formula è la medesima, con ferite causate da temi assassini prontamente lenite da incisi cauti e sospesi: il senso di incombenza è qui maggiore, e tale presentimento è presto confermato dalla ripresa violenta dell'esecuzione corale, anticipata dal primo dilatato intevento vocale a registro intonato. La nebbia iniziale si dirata per mostrare un prezioso ed inatteso intermezzo per solo pianoforte, ad opera dell'allora batterista Anders Nordin: “Silhouette” è una vera gemma, davvero difficile da riportare in sede scritta; per quanto molti amanti dell'avorio classico mostreranno dissenso a riguardo, vuoi per l'eccessivo riverbero vuoi per alcuni limiti tecnici, questo brano incarna perfettamente la loro intenzione di descrivere sensazioni intense tramite alternanza crepuscolare di intensità differenti.

Si viene poi trascinati in “Forest Of October”, primo di una lunga serie di precisi riferimenti stagionali all'interno della loro produzione, seguita da “Twilight Is My Robe”, altra suite dalle numerose facce, tutte articolate e degne di attenzione, tra cui spicca l'arpeggio solenne e brillante del primo mutamento umorale, versante apollineo. Passo successivo è la struggente e concisa “Requiem”, dal suono di chitarre quasi barocco e accompagnata nel finale da percussioni delicate ma non invasive - finale per errore di produzione incluso nella traccia conclusiva “The Apostle In Triumph”, termine ultimo e degno di un sopore indotto dalle trame degli Opeth, ora capziose ora taglienti, ma sempre curate e profonde.

Il gruppo svedese saprà limare sapientemente il proprio stile nelle uscite successive (“Morningrise”, “My Arms, Your Hearse”, “Still Life”), scrivendo brani delicati fino alla stesura di un intero disco progressive rock (lo splendido canzionere di “Damnation”), arrivando all'efficienza sonora di “Blackwater Park”, prodotto da un certo Steven Wilson (leader dei Porcupine Tree).

Ma niente sarebbe esistito, senza quell'acerba e crepuscolare orchidea.

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 9 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
Nucifeno 10/10
B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10
luca.r 7/10

C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 19:31 del 25 novembre 2010 ha scritto:

E' vero che senza Orchid non sarebbe esistita una delle parabole più entusiasmanti del metal moderno, ma io continuo a sentirlo come un disco di transizione, tra i meno belli del combo svedese. Le trame chitarristiche in particolar modo sono ancora troppo influenzate da certo "black" (lo metto apposta tra virgolette) che a volte mi inficiano il piacere dell'ascolto e rendono un po' pesante lo scorrere dei brani. Buono comunque. I risultati stellari non mancheranno di arrivare.

moonwave99, autore, alle 5:00 del 27 novembre 2010 ha scritto:

Ciao Marco, quel che dici è ragionevole - io ci vedo più death, ma l'approccio lo-fi / citofonico è molto black [ce lo vedi Wilson a produrre Burzum? brrrrr], e non nascondo che è uno degli aspetti che me lo rende più gradito - alla fine dipende molto dal proprio background musicale. La mia era più che altro volontà di render tributo ad un disco che gode di considerazione minore - troppo facile tesser le lodi di BlackwaterPark o di Damnation o di Still Life Di passo, reputo prosecuzione ideale di questo disco "Pale Folklore" degli Agalloch, che è proprio un discùn.

Nucifeno (ha votato 10 questo disco) alle 17:17 del 9 dicembre 2010 ha scritto:

Un torrente di emozioni

Dissento leggermente: per me Orchid è uno dei picchi compositivi raggiunti degli Opeth. Indubbiamente acerbo e molto spontaneo rispetto ai lavori successivi, ma è proprio lì che sta il punto di forza di questo album: le emozioni sono sincere, vere, pulsanti. Le melodie e i suoni sono taglienti e profondi. Tutte caratteristiche che si perderanno con l'andare avanti degli anni, quando gli Opeth diventeranno più maturi e riflessivi (restando pur sempre ottimi). Saranno i ricordi vivi legati a sto cd, sarà che è stato uno dei primi lavori loro che ho sentito, ma un 10 glielo rifilo paro paro.

Giorgio_Gennari alle 18:10 del 5 marzo 2018 ha scritto:

In Forest Of October e Twilight Is My Robe gli Opeth sono in forma smagliante, preferisco di gran lunga questi pezzi che Deliverance o Blackwater Park