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R Recensione

5/10

The Men

Open Your Heart

Produttivi a partire dal 2008 e giunti al terzo LP (in carriera una serie notevole di mini pubblicazioni - molte delle quali su cassetta - a testimonianza di un’estetica DIY rigidamente rispettosa della tradizione punk/hardcore), i The Men provano ad ampliare, con questo Open Your Heart, le prospettive di quel linguaggio tendenzialmente punk/noise con cui, fino all'ultimo Leave Home, si erano sempre dignitosamente espressi. 

La prima reazione all’ascolto di questo nuovo lavoro, c’è da essere sinceri, è una perplessità immobilizzante. Si stenta, innanzitutto, a cogliere la prospettiva migliore attraverso cui inquadrare l’album. Ché mica è facile mettere a fuoco le cose quando - praticamente ad ogni brano - distanze e luci cambiano completamente. Non è nemmeno facile trovare un genere da appiccicare ad un simile contenitore: punk, garage, r’n’r, noise, psichedelia southern, country e persino qualche venatura surf sono tutti elementi che concorrono a degenerare quel post-hardcore che, solo in teoria, dovrebbe essere il territorio “ufficiale” dei nostri.

Il risultato è una sorta di compendio di molto di ciò che in 35 anni si è imparentato con il buon vecchio punk rock. E l’originalità del disco, se la si vuole trovare, sta tutta qua: un misto di ambizione, eclettismo e aderenza ai modelli, proposto con autentico coraggio e grande rispetto verso il verbo della tradizione in abbinamento ad un suono lercio, sudato e privo di qualsiasi grazia, ma sanguinante di quella devozione che potrebbe sempre riuscire a magnificare anche il più cesso dei lavori possibili.

L’impressione però, almeno per quei brani che possono rientrare in un formato “canzone” classicamente inteso, è in gran parte quella di un contenuto non esattamente da urlo. Poco a fuoco e soprattutto, all’interno di atmosfere complessivamente stese tra Hüsker Dü e Stiff Little Fingers, a tratti fastidiosamente “ricalcato”: Ex Dream potrebbe essere un pezzo dei Sonic Youth, la title track rigurgita ammiccando il punk melodico di Buzzcocks e Ramones, Candy mette in scena un’impossibile collaborazione alt-country tra Wilco e Stones. E se quando parte la bella Animal serve qualche secondo per esser certi che non si tratti di New Rose dei Damned, allora forse qualcosa che non va c’è. La scamperebbero l’affilata Cube e l’ammiccante Please Don’t Go Away, non fosse che sfuggono le ragioni per cui apprezzare, alla traccia numero otto, l’ennesimo riff su un solo accordo con relativa chiusura della prima e i coretti anni zero, ormai davvero troppo inflazionati, della seconda. Non basta neppure la sorprendente intenzione catchy di molte di queste composizioni: in questo senso il confronto con un disco affine ed attuale, melodicamente irresistibile come - per dire - l’ottimo Royal Headache dello scorso anno, è francamente impietoso.

Più interessanti, anche se non necessariamente più efficaci, i brani kraut/punk dai risvolti ambiziosamente sperimentali: la strumentale Country Song (a tempo di valzer e sepolta nel tremolo) e Presence (dalle affascinanti dissonanze) sono elaborazioni in crescendo di fraseggi e atmosfere country/twangy, penalizzate forse solo dallo stile grezzo del gruppo, non così adatto a valorizzare dinamiche e, in generale, tutte quelle  finezze - anche tecniche - che un certo tipo di approccio compositivo ci ha abituato a richiedere. Fate suonare la trance da sette minuti abbondanti di Oscillation agli Oneida e credo che ci saremo capiti.

Insomma, tra fascinazione e repulsione, un disco così così per una delusione discreta e in qualche modo sfuggente. Magari non c’ho capito niente e tra qualche mese mi vorrò rimangiare tutto. Ma è anche probabile che io, per dirla con il sergente Murtaugh, sia ormai semplicemente troppo vecchio per queste, ehm, “cose”.

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Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 5 voti.
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Noi! 7/10
motek 7/10

C Commenti

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bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 16:12 del 17 maggio 2012 ha scritto:

non condivido. a me piace.

dopo i primi ascolti mi aveva addirittura entusiasmato, poi m'è calato un po', ma avercene. non dicono nulla di nuovo, ma lo dicono benissimo. disco...godibilissimo. 7 pieno.

paolo gazzola, autore, alle 17:51 del 17 maggio 2012 ha scritto:

Eh sì, vista l'accoglienza generale è evidente che la mosca bianca qua sono io. Giuro, ho provato in tutti i modi a digerirlo, ma niente da fare: mi resta l'impressione di un suono volgare e "machista", se mi si passa il termine, già orrido di per sé, in più al servizio di un copia-incolla abbastanza squallido e di un'ambizione non commisurata alle reali capacità. Ero indeciso per il 4, se devo dire la verità. :-/

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 15:19 del 19 maggio 2012 ha scritto:

"machista"?

ecco, uno dei problemi dell'audience indie internettiano: è dominato da un cricca di mezzifinocchi dal gusto "raffinato" che idolatrano Patrick Wolf e Wahed Out

paolo gazzola, autore, alle 15:57 del 19 maggio 2012 ha scritto:

Impressionante la cifra intellettiva del tuo commento. Al mezzofinocchio in questione Wolf fa cagare e Washed Out quasi. Il problema dell'audience indie internettiano è la gente che scarica la sua frustrazione nell'unico posto dove riesce, ovvero dove non deve metterci la faccia. E questo è veramente da "machi".

Emiliano (ha votato 6 questo disco) alle 16:19 del 19 maggio 2012 ha scritto:

Può essere un buon breviario della storia di certe derive del rock, ma sul valore dell'opera sono d'accordo col Gazzola. Certo che l'indie internettiano è dominato da mezzofinocchi: i veri machi ascoltano Motley Crue in cassetta e non sanno usare il pc. Comunque, per me la sufficienza stiracchiata c'è.