The Men
Open Your Heart
Produttivi a partire dal 2008 e giunti al terzo LP (in carriera una serie notevole di mini pubblicazioni - molte delle quali su cassetta - a testimonianza di un’estetica DIY rigidamente rispettosa della tradizione punk/hardcore), i The Men provano ad ampliare, con questo Open Your Heart, le prospettive di quel linguaggio tendenzialmente punk/noise con cui, fino all'ultimo Leave Home, si erano sempre dignitosamente espressi.
La prima reazione all’ascolto di questo nuovo lavoro, c’è da essere sinceri, è una perplessità immobilizzante. Si stenta, innanzitutto, a cogliere la prospettiva migliore attraverso cui inquadrare l’album. Ché mica è facile mettere a fuoco le cose quando - praticamente ad ogni brano - distanze e luci cambiano completamente. Non è nemmeno facile trovare un genere da appiccicare ad un simile contenitore: punk, garage, r’n’r, noise, psichedelia southern, country e persino qualche venatura surf sono tutti elementi che concorrono a degenerare quel post-hardcore che, solo in teoria, dovrebbe essere il territorio “ufficiale” dei nostri.
Il risultato è una sorta di compendio di molto di ciò che in 35 anni si è imparentato con il buon vecchio punk rock. E l’originalità del disco, se la si vuole trovare, sta tutta qua: un misto di ambizione, eclettismo e aderenza ai modelli, proposto con autentico coraggio e grande rispetto verso il verbo della tradizione in abbinamento ad un suono lercio, sudato e privo di qualsiasi grazia, ma sanguinante di quella devozione che potrebbe sempre riuscire a magnificare anche il più cesso dei lavori possibili.
L’impressione però, almeno per quei brani che possono rientrare in un formato “canzone” classicamente inteso, è in gran parte quella di un contenuto non esattamente da urlo. Poco a fuoco e soprattutto, all’interno di atmosfere complessivamente stese tra Hüsker Dü e Stiff Little Fingers, a tratti fastidiosamente “ricalcato”: Ex Dream potrebbe essere un pezzo dei Sonic Youth, la title track rigurgita ammiccando il punk melodico di Buzzcocks e Ramones, Candy mette in scena un’impossibile collaborazione alt-country tra Wilco e Stones. E se quando parte la bella Animal serve qualche secondo per esser certi che non si tratti di New Rose dei Damned, allora forse qualcosa che non va c’è. La scamperebbero l’affilata Cube e l’ammiccante Please Don’t Go Away, non fosse che sfuggono le ragioni per cui apprezzare, alla traccia numero otto, l’ennesimo riff su un solo accordo con relativa chiusura della prima e i coretti anni zero, ormai davvero troppo inflazionati, della seconda. Non basta neppure la sorprendente intenzione catchy di molte di queste composizioni: in questo senso il confronto con un disco affine ed attuale, melodicamente irresistibile come - per dire - l’ottimo Royal Headache dello scorso anno, è francamente impietoso.
Più interessanti, anche se non necessariamente più efficaci, i brani kraut/punk dai risvolti ambiziosamente sperimentali: la strumentale Country Song (a tempo di valzer e sepolta nel tremolo) e Presence (dalle affascinanti dissonanze) sono elaborazioni in crescendo di fraseggi e atmosfere country/twangy, penalizzate forse solo dallo stile grezzo del gruppo, non così adatto a valorizzare dinamiche e, in generale, tutte quelle finezze - anche tecniche - che un certo tipo di approccio compositivo ci ha abituato a richiedere. Fate suonare la trance da sette minuti abbondanti di Oscillation agli Oneida e credo che ci saremo capiti.
Insomma, tra fascinazione e repulsione, un disco così così per una delusione discreta e in qualche modo sfuggente. Magari non c’ho capito niente e tra qualche mese mi vorrò rimangiare tutto. Ma è anche probabile che io, per dirla con il sergente Murtaugh, sia ormai semplicemente troppo vecchio per queste, ehm, “cose”.
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