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R Recensione

6/10

Dan Weiss

Starebaby

Immaginate un uomo solo, incurvato dagli anni e dalla fatica, con un pesante bagaglio sulle spalle, che si prepari ad affrontare l’Annapurna: sullo sfondo, nuvoloni in procinto di addensarsi, i refoli gelidi che soli annunciano una tempesta di neve in arrivo. Quell’uomo siete voi: la cima inespugnabile, “Starebaby” di Dan Weiss. Due parole a proposito faciliteranno la comprensione: dopo un inizio di carriera diviso asimmetricamente come sessionman jazz (con incisioni anche per la nostrana Auand) e mortifero motore di produzioni di genere (nei tre dischi dei possenti, liturgici Bloody Panda), il giovane newyorchese Weiss si reinventa direttore d’orchestra e, con “Fourteen” (2014) e “Sixteen: Drummers Suite” (2016), pone la batteria al centro della riflessione sul processo di scrittura jazz, approcciando un materiale versatile e selettivo allo stesso tempo (il che lo avvicina nel merito, ma non nel metodo, a nomi come Greg Fox e Makaya McCraven). La mostruosa mutazione che porta oggi a “Starebaby”, quasi crimsoniana nelle proporzioni, è figlia snaturata del percorso artistico sopra delineato: qui l’ensemble diventa quasi un cantiere aperto, un laboratorio proteiforme in cui i tasti bianchi e neri di Matt Mitchell e del prezzemolino Craig Taborn si affiancano ad altri notissimi nomi che da decenni spadroneggiano fra i suoni non convenzionali intra ed extra moenia (Ben Monder alla chitarra, il sempreverde Trevor Dunn al basso).

La digressione sulle esperienze pregresse di Weiss non sembri pedante: si tratta di informazioni essenziali per facilitare l’esperienza del disco in questione, un mastodonte che non rinuncia ad un grammo di integrità per compiacere l’ascoltatore. Ingannevole è l’apertura più di ogni cosa: “A Puncher’s Chance” insinua calcolate lentezze doom tra le anse di una head assai complessa armonicamente, quasi una composizione per chitarra classica riletta da Derek Bailey. Il brano è di gran spessore – uno dei pezzi jazz dell’anno, senza dubbio alcuno – ma, contestualmente, è l’unico momento in cui non ci si senta persi. Già a partire dal magistrale passo zoppicante della successiva “Depredation” la musica cambia (è il caso di dirlo): una colata lavica sludge dalle cui fratture fuoriescono barocchismi pianistici, pulsazioni dub e laceranti solismi noise-fuzz (torna in mente il nostro Eraldo Bernocchi). Il basso di Dunn galoppa senza soluzione di continuità anche nella profetica “Badalamenti”, dove le suggestioni acide della chitarra di Monder evolvono verso un fragoroso finale in crescendo dominato dalle trame dodecafoniche di piano e tastiere: sul tormentato romanticismo free di “Veiled”, infine, piove una fitta rete di interferenze dark ambient.

La prova del nove, per i più coraggiosi, si ha con i brani lunghi, dove il dissidio tra idee di partenza e loro traduzione pratica si fa a tratti significativo. Le cellule pianistiche di “Annica” si moltiplicano per alea lungo quello che sembra un doom privo di chitarre: dopo un intervallo minimal-goth, il fuzz satura ogni canale, erompendo come l’oceano di sangue di Shining nell’atrio dell’Overlook Hotel. L’eterno build up di “The Memory Of My Memory”, sapientemente orchestrato sullo sfondo da Weiss, spedisce dritto nel centro di un pantano metallico da cui non se ne esce, se non a pezzi (Monder, a cui è affidata la chiosa conclusiva, recita qui la controparte maligna del virtuoso fusion). Infine, il quarto d’ora di “Episode 8”, un claustrofobico incubo avant metal a scaglioni che – tra deragliamenti à la Kayo Dot, saggi di brutale destrutturazione chitarristica e frippertronics dall’astrazione quasi friselliana – si congeda con una frastornante prova di forza.

Disco interessante, per quanto tremendamente selettivo e, nella sostanza, non particolarmente innovativo, specie alla luce dei progressi da gigante maturati nel dialogo tra i due generi. Piacerà ai cultori.

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