V Video

R Recensione

7/10

Dogs for Breakfast

Suiru

Canalese noise, reperto del Pleistocene che un tempo lontano vivemmo: ancora tu, ma non dovevamo vederci più? Ed infatti, come vecchie zie che non riconoscano più i nipotini inzuppati di testosterone primo adolescenziale (ma quanto sei cresciuto! ma non dirmi che…), ci si rincontra sì, ma quasi per caso e, per di più, grazie ai rappresentanti della fu scena meno inquadrabili e più tardivi, i Dogs For Breakfast: che è come incrociare alla posta il vicino di banco delle elementari venticinque anni dopo esservi promessi di tenervi in contatto per tutta l’estate, ossia non essersi rivisti affatto. Terzo tassello, oltre a modo e medium, è poi precisamente il tempo: perché il trio cuneese, con l’eccezione del quarto d’ora benevolmente concesso sullo split con la prima incarnazione a due di Bologna Violenta (2015), mancava all’appello studio da ben sei anni, vale a dire da quando l’underground pe(n)sante tricolore ammainò le bandiere a mezz’asta e celebrò il funerale del Canalese sulle note dell’ottimo esordio lungo “The Sun Left These Places”.

Del secondo “Suiru” (un vocativo dialettale, dalle sfumature dispregiative, originariamente utilizzato per gli animali domestici) colpisce immediatamente la violenza sonora, catturata anche dalla bella copertina di Jessica Rassi di The Giant’s Lab. Non che i Dogs For Breakfast del 2013 non fossero un act abrasivo, tutt’altro: ma qualcosa di particolarmente primigenio, animalesco e belluino agita la scrittura dei brani di “Suiru” – disco, non casualmente, assai più asciutto e condensato del suo predecessore. La furia svellente della title track è tale che, ai primi ascolti, si fatica persino a contenerne le dimensioni e a specificarne i termini, alimentando una vaghezza definitoria che caratterizza da sempre la musica della band: una tremenda detonazione che brilla all’incrocio tra crust (la cromatura sonora, curata da Dano Battocchio), sludge (i rallentamenti ambientali), post-core (le aperture chitarristiche) e metalcore (la cubatura ritmica). In poco più di due minuti e mezzo la rappresaglia termina, ma è solo il primo atto di una guerra sfiancante: “Dreaming Of Hell, Living Reality” raccoglie il testimone con rapidità predatoria e col sangue alle gengive, esibendo un rifferama al limite del death che, col procedere dei minuti, evolve in un mostro metallico tra Unsane e Neurosis (solo i Turing Horse, oggi, possono pregiarsi di scrivere sezioni chitarristiche superiori in perizia e ferocia); “The Blade Of The Lord” schizza da un lato all’altro, triturata dal riff portante thrashy e tenuta in sospensione da acidi breakdown post-core; il bagno di sangue noise di “Last Sunny Days”, dal canto suo, si ricollega naturalmente agli inediti del summenzionato split con Bologna Violenta (preziosa la citazione centrale degli stacchi di feedback di “Deconstructing Towers” degli Isis).

Detto dell’ingrosso, vi sono poi i Dogs For Breakfast del dettaglio – termine da prendere adeguatamente con le pinze, nel senso già impiegato per “The Sun Left These Places” e, comunque, riadattato al contesto contratto di “Suiru”. In questo, escluso l’inciso crepuscolare di “Corde” (funzionale giro di arpeggi decadenti che non perde mai d’efficacia), “Running In Vain” e “At The Gallows” sono due composizioni magistrali. La frase chitarristica d’apertura della prima, un dissonante studio per sottrazione di semitoni dal portamento quasi classico, prelude ad una rovinosa sezione di elettrico sublime sulla scorta dei Cult Of Luna di mezzo: la seconda, benedetta sotto le egide del gotico padano (efficace l’interpolazione di sample da La casa dalle finestre che ridono), è una più canonica cavalcata post-core di nove minuti, che ad una stringata polifonia per power trio antepone l’aggressività della paletta strumentale.

Parlare di Canalese noise, specialmente alla luce della descrizione qui abbozzata, è oggi improprio, ma chi scrive ricorda bene cosa rendesse così speciale quella fugace, importantissima scena: ogni suo prodotto, pur condividendo coordinate stilistiche e spesso anche persone fisiche con altri gruppi, riusciva a suonare a suo modo unico. È lo stesso pregio che, questo sì inalterato, l’ascoltatore di oggi potrà ritrovare in “Suiru”.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.