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R Recensione

8/10

Obake

Obake

Da Roma, novella Gerusalemme del secolo tecnologico, si può percepire l’odore dell’inferno. Che non è, propriamente, quello ultra-violento in superficie, ma volutamente rilassato e morbido alla base. È quello che, sin dalle radici, colpisce duro, respirando nell’ombra, tessendo tensione in ogni suo anfratto, lasciando sferzate di unghioli e profondi solchi. Massimo Pupillo, in iperattività compulsiva dopo la momentanea pausa degli Zu, lo sa fin troppo bene. Il percorso post-“Carboniferous” schematizza alla perfezione l’avviluppata discesa nella fanghiglia maledetta: successo planetario con la sedicesima uscita in studio della band madre, muscoli flosci da risse nelle borgate con il divertito cybergrind dei Germanotta Youth, deliqui di forma e sostanza nella collaborazione intrecciata con la chanteuse della controcultura no-wave Lydia Lunch. Ora, il ritorno conclamato a qualcosa di pienamente, eccezionalmente serio.

Parlare di Pupillo, lo diciamo subito, è stato un espediente, un richiamo per le allodole imperniato sulla forza mediatica che il nome del bassista, negli ultimi anni, richiama ogniqualvolta citato. Obake, infatti, è un affascinante progetto che va oltre l’altisonanza dei singoli, impastando fra di loro personalità di tutto rispetto ed apparentemente lontane tra di loro, come il batterista Balasz Pandi, il cantante e tastierista Lorenzo Fornasari e, soprattutto, l'eclettico chitarrista Eraldo Bernocchi, mente intelligente – e curriculum impressionante – degli ultimi venticinque anni di manipolazioni industrial tricolori. Oltre a rivestire Pupillo del ruolo effettivamente ricoperto nella line-up, sciamanico e tagliente motore ritmico della situazione, si può dire molto poco di nuovo al riguardo. “Obake” sfugge da subito alla definizione sbrigativa di “passatempo solista”, ponendosi piuttosto come frutto di un’efficacissima sintesi di due decenni di musica estrema, fotografata da diverse angolature e rivoltata come un calzino in un contesto, il contornato artistico italiano, da sempre allergico e recalcitrante a pronunciarsi su dischi così potenti – ideologicamente, prima che concretamente –, viscerali, pericolosi.

Human Genome Project”, sludge ansante martoriato da ferite, con riff portante cementificato dai Melvins, ringhio degli EyeHateGod e improvvisi squarci paesaggistici, fa intuire con buon margine di anticipo la compattezza e la varietà stilistica dell’intero full length. Senza respiro si succedono, una dietro l’altra, una sequenza impressionante di fucilate, scaricate con furia gelida e anormale gusto inventivo nel mescolare le carte. “Dog Star Ritual” è un’asfaltatrice doom fratturata da abbacinanti inserti ambientali, post-metal americano e chissà quante cose ancora. “Ponerology” fa roteare un maglio di contundente heavy-psichedelia, in un opprimente climax di lentezza e pesantezza. “Destruction Of The Tower” sciorina laceranti attacchi post-core e filtri vocali distorti all’inverosimile. Le costruzioni dei brani, curate nel minimo dettaglio, fanno funzionare anche gli azzardi sulla carta più spericolati, alla guisa di una “The End Of It All” aperta da un’acida litania e degenerata in un tumultuoso assalto grind, il micidiale dark-ambient di “Grandmother Spider” dissestato da percussioni jazz e la risacca drone di “Szechenyi”. Con “The Omega Point”, infine, gli Obake stravincono la gara dell’originalità, innestando una testa crossover su un corpo multiforme di ritmiche dub – vengono in mente i sodalizi di Bernocchi con il geniale Bill Laswell –, effetti barrettiani e progressioni neurosisiane.

Obake”, in un’ideale trinità composta anche dai recenti “Thanatology” e “MoRbO”, costituisce il vanto, l’asse portante della sperimentazione pesante italiana all’estero. Davvero un peccato, se si decidesse di non dare un seguito a questo folgorante primo atto.

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Stefano_teenagemustache (ha votato 7 questo disco) alle 11:08 del 9 gennaio 2012 ha scritto:

Una grandissima xBombadelcazzox!!