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R Recensione

7/10

Goblin Cock

Necronomidonkeykongimicon

Rob Crow deve avere una particolare concezione della collocazione lessicale “addio alle scene”. Oppure, più probabilmente, coltiva un senso dell’umorismo tutto suo. O ancora, da venticinque anni a questa parte, semplicemente se ne frega. Ecco perché – dopo aver battezzato in primavera una band nuova di zecca, i Gloomy Place, con i quali ha dato alle stampe il discontinuo ma interessante “You’re Doomed. Be Nice.” – la mossa successiva sulla scacchiera di una discografia ormai torrenziale vede tornare in azione nientepopodimeno che i Goblin Cock, sostanzialmente inattivi dal divertente pastiche stoner-doom di “Come With Me If You Want To Live” (2009). La decisione è sorprendente nella misura in cui si considerino gli innumerevoli progetti di Crow come dei compartimenti a tenuta stagna, non comunicanti fra loro. In verità, attorno al band leader (con la parziale eccezione dei Pinback) si raggruppano di volta in volta sempre gli stessi musicisti, amici d’infanzia o compagni di lontane schitarrate: la risultante delle diverse combinazioni produce, con il minimo sforzo e il massimo risultato, un nuovo gruppo.

Un disco come “Necronomidonkeykongimicon” (geniale), tuttavia, non si riassume altrettanto agevolmente in due parole. Incredibile ma vero, per il loro terzo capitolo lungo Lord Phallus e compagni hanno giocato la carta dell’album serio: nelle intenzioni, nella progettazione, nel risultato finale. Il tributo tragicomico che si fa mazza ferrata: ecco la sostanziale novità di questi tredici brani, tanto più inaspettata quanto più celata dietro alle solite spoglie di chi passa la propria vita a giocare. Naturalmente, molto di ludico rimane, giocoforza, negli umori di “Necronomidonkeykongimicon”, un’essenza pervasiva rappresa nei riff, nelle cadenze vocali, nell’immaginario iconografico (ancora tra i migliori lì fuori). L’apertura sabbathiana di “Something Haunted”, un brano crowiano al 100%, è magistrale: basti ascoltare – dopo i parodistici borbottii contrappuntati agli sfrigolanti bicordi di inizio pezzo – come si sviluppa la melodia portante, in uno zigrinato saliscendi in tempi dispari che profuma di emo anni ’90 e Pinback lontano un miglio. Non si tratta di un bentornato: il padrone di casa non se n’è mai andato. Su questo assunto cominciano ad inserirsi le prime, coraggiose variazioni su tema. Fantastica “Youth Pastoral”, una strumentale che della matematica fa trombetta, disegnando una serratissima torcida post-post rock: imperdibile il tambureggiare hard’n’heavy di “The Dorse”, come mettere assieme primi Maiden e Motörhead senza lontanamente sfigurare; l’insistito, ombreggiato rifferama di “Island, Island” torna a pescare nel crossover dei Noughties, in una zona di nessuno tra post-core e CKY, mentre “Flumed” è una versione slayeriana modello High On Fire (con tanto di sgolamento di venticinque secondi netti: nel suo piccolo, impressionante).

Si tratta di un accumulo di piccoli dettagli che porta a due, sostanziali conclusioni. La prima: questo disco non è stato il parto di una decisione on-the-spot, di un capriccio istantaneo, ma è stato lungamente immaginato e rimodellato nel corso degli ultimi anni. La seconda: come tutti i workaholics che nell’animo sono rimasti profondamente slackers, Rob Crow è un genio indiscusso. La compresenza, in tracklist, di episodi fulminanti (gli affondi NWOBHM di “Montrossor” stemperati in un ritornello generazionale), vagamente raffazzonati (“Your Watch” è chiaramente un pezzo avanzato ai Gloomy Place, cui è stata raddoppiata la distorsione), fuori contesto (“World Is Moving” è un brano classico e bellissimo, ma Crow avrebbe dovuto includerlo in un altro disco) o sospesi in un limbo indefinito (“Buck” sembra la risposta, a suon di steroidi, all’ovattata “What We’ve Been Doing While You’ve Been Away” che chiudeva “You’re Doomed. Be Nice.”) impedisce di prendere chiaramente una posizione.

La verità, come sempre accade in queste occasioni, sta probabilmente nel mezzo. E noi, nel mezzo, ci accomodiamo, con un bel cappuccio in testa e le corna a svettare in aria, ben consci di non aver atteso sette anni invano. We’ve got a… winner!

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