R Recensione

8/10

High On Fire

Death Is This Communion

Per chi segue la scena stoner/doom, gli High On Fire rappresentano una delle realtà più care all’interno del suddetto panorama. Guidati dal geniaccio Matt Pike, che negli anni ’90 ha ottenuto un grande successo con i suoi seminali Sleep, il gruppo statunitense ha dato vita ad una serie di dischi notevoli che piano piano hanno riscritto le coordinate dell'heavy metal moderno, come “The Art Of Self-Defense” del 2000 (considerato da molti il loro apice ineguagliato) o “Blessed Black Wings” del 2005, disco che ha permesso al trio di ottenere maggiore visibilità grazie al contratto con la beneamata Relapse.

Giunti al loro quarto album, gli High On Fire ampliano il loro sound in maniera ancora più accentuata di quanto fatto in precedenza, rendendolo ancora più barbaro, cattivo e pesante di quanto già non lo fosse, estendendo la durata dei pezzi dando vita così al loro episodio più articolato e complesso.

La traccia d’apertura, “Fury Whip”, una lunga cavalcata di 6 minuti in bilico tra l’heavy, lo stoner e il thrash, fa già presagire a cosa andremo in contro: esplicativa nel suo pestare ininterrottamente, con la voce possibilmente ancora più roca ed aggressiva di Matt, il riffing barbaro e grezzo la rendono una gemma dalla potenza inaudita, che farebbe impallidire tanti altezzosi gruppi della nuova generazione (chi ha detto Trivium?).

L’arpeggio introduttivo della seguente “Waste Of Tiamat” è solo il presagio di una nuova e sanguinosa battaglia, che riprende il discorso intrapreso dal primo brano accentuando ancora di più la tensione con assoli chitarristici deliranti e schitarrate folli lungo tutta la durata del brano.

La title-track rallenta i ritmi, originando quella che è la traccia più lenta e “doom” dell’intero lavoro: il ritmo si fa tribale, l’incedere è cadenzato ed ossessivo, e le tentazioni vagamente noisy di alcuni riff creano un’atmosfera tesa, come se la canzone dovesse esplodere da un momento all’altro, cosa che non succede nella realtà, se non nella mente dell’ascoltatore.

Neanche due minuti d’intermezzo acustico (“Khanrad’s Wall”) che i nostri tornano a picchiare come fabbri con la quinta “Turk”, dove le influenze di gruppi come Cathedral ed Entombed si fanno ben sentire, in un pezzo che alterna in maniera equilibrata tempi medio-lenti a sfuriate thrash-heavy di stampo Motorhead. Influenze che si manifestano distintamente, specie nel cantato e nel modo in cui snoda la struttura ritmica, in “Rumors Of War”, uno dei brani più corti e violenti del lotto (2:51 minuti).

La successiva “Dii” spiazza letteralmente l’ascoltatore, sia per il mood utilizzato che per l’atmosfera che, con un azzardo, si potrebbe definire quasi “romantica”; l’accompagnamento nel finale dei violini dona alla canzone un’intensità espressiva ed emotiva che è difficile da aspettarsi da una band come gli High On Fire, specie in un album come questo dove il livello di violenza barbara ed ignorante è uno dei più alti che si siano registrati negli ultimi tempi.

“Cyclopian Scape” sembra uscita da un disco dei Mastodon, quelli più grezzi e primitivi, dove l’arpeggio iniziale cristallino lascia spazio ad una traccia piena di cambi di direzione e di tempo, rendendola a suo modo imprevedibile senza mai cadere nello scontato per tutti i suoi 7 minuti e mezzo di durata.

Chiudono in bellezza “Ethereal” e “Return To NOD”: laddove la prima è un autentico trip lisergico con un’atmosfera “sospesa” e più ariosa rispetto agli altri brani in scaletta, la seconda è più abrasiva ed aggressiva, mantenendo livelli di stordimento (e soprattutto di qualità) realmente sbalorditivi.

Grezzo, sincero, barbaro e per certi versi anche ipnotizzante, “Death Is This Communion” riconferma tutte le qualità espresse fin’ora dalla band, e lo fa con un album completo e maturo rafforzando il proprio ruolo di band faro dell’odierno panorama stoner/doom. Un album certamente non molto digeribile ai primi ascolti, ma che una volta entrato in circolo non lo staccherete più dal vostro impianto stereo per un bel pezzo. Una delle migliori uscite di questo strepitoso 2007.

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Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 6 voti.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Peasyfloyd (ha votato 9 questo disco) alle 23:35 del 7 gennaio 2008 ha scritto:

disco eccezionale

probabilmente il migliore 2007 in campo "heavy". non conosco i precedenti del gruppo ma questo ha notevolmente impressionato

Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 15:53 del 8 gennaio 2008 ha scritto:

Uhm

Preso da mille aspettative mi sono apprestato ad ascoltare questo lavoro degli HOF, e quello che ne posso dedurre è: gran disco, molto pesante e ferruginoso, zozzo (come giustamente fa notare Mattia in più punti), mid/lento con poche accelerazioni, richiami al metal passato (i Motorhead di "Rumors Of War") con gusto sempre personale (title-track), e addirittura anche alcuni azzardi ancora più ipnotici ed ossessivi ("Khandrad's Wall", una delle mie preferite). Ma, purtroppo, non è penetrato in profondità come avrei creduto (e voluto!). Bello è bello, ma in campo metal sono usciti altri lavori ben più variegati e stranianti di questo, Electric Wizard e, soprattutto, Yakuza su tutti (madonnina che disco Transmutations! *_*). Direi che ci può stare un 7.5 arrotondato ad 8.