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R Recensione

7/10

Prehistoric Pigs

Dai

Best kept secret dell’heavydelia di casa nostra, nella pletora di gruppi e gruppuscoli che affollano il panorama stoner italiano i Prehistoric Pigs si pongono fra i più originali nell’impostazione e fra i più micidiali nella resa dei propri autografi. Data l’ampiezza del catasto con cui i tre ragazzi di Mortegliano hanno deciso di misurarsi, non è certo poco. Anzi: a riprova che il buon esordio “Wormhole Generator” (2012) e l’exploit dell’ottimo sophomoreEverything Is Good” (2015) sono stati tutto tranne che un fuoco di paglia, arriva oggi – un po’ a sorpresa, nella sottoesposizione di una generica autoproduzione – il terzo lavoro lungo “Dai”, un manrovescio che lascia il segno (in tutti i sensi).

Poco più di mezz’ora è sufficiente per scrivere in caratteri maiuscoli un’altra grande pagina di underground stoner. I cultori del genere esalteranno, e a ragione, la prova maiuscola del chitarrista Juri Tirelli, sempre più a suo agio nel modellare gli stilemi dei numi tutelari (per costruzione armonica, il nome più spendibile rimane quello dei Kyuss) su di un’originale sensibilità psichedelica, innervata da groove contagiosi, la cui elettrica matrice blues si solidifica a tratti in colate di metallo incandescente (lo scorticante riff in 9/8 del singolo “Pest”, i Tool risuonati coi volumi degli Sleep, sta lì a testimoniarlo). Altrettanto notevole è, tuttavia, la sezione ritmica, dove il basso di Jacopo Tirelli contrappunta con efficacia le invenzioni chitarristiche del fratello – ritagliandosi il ruolo d’istrione nella prima metà dell’acid-desert a battuta libera di “No Means No” e nel calligrafico omaggio ai Fu Manchu dell’iniziale “Hasensijo” – e la batteria di Mattia Piani disegna sullo sfondo geometrie progressive, come nell’incastro matematico di fill che sfodera tutto il suo potenziale nell’esaltante ed epico crescendo del brutalismo doom di “Geppetto M24” (il brano migliore del disco).

A tratti i musicisti si fanno ancora prendere troppo la mano dal virtuosismo, confezionando jam travolgenti ma un filo noiose (l’heavy-funk flangerato di “Soft-Sheel Crab”), ma è ormai una tentazione controllata. Poco da dire: i Prehistoric Pigs sono pronti a diventare grandi.  

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zagor alle 10:30 del 28 maggio ha scritto:

se tiri fuori nomi come Tool e Fu Mancu e' un esca troppo appetitosa....Marco come sempre il numero 1 dei recensori!

zagor alle 10:31 del 28 maggio ha scritto:

Fu Manchu, sorry