Queens of the Stone Age
Songs for the Deaf
Songs for the Deaf, terzo album dei Queens of the Stone Age, è sicuramente uno degli album rock più importanti degli anni zero. Josh Homme recluta intorno a sé, oltre al bassista Nick Olivieri, due grandi pilastri del grunge: Dave Grohl (finalmente di nuovo alla batteria) e Mark Lanegan (già presente nel precedente Rated R).
L’album si apre con i rumori di una persona che entra in macchina e, preparandosi per un viaggio attraverso il deserto californiano, si sintonizza su alcune frequenze radio: dopo qualche parola del dj irrompono subito le inconfondibili rullate di Dave Grohl e comincia You think I ain't worth a dollar, but I feel like a millionaire, una martellante e urlata canzone in perfetto stile “robot rock”. Segue il singolo No one knows, un pezzo battente, ritmato e forse uno dei più divertenti dell’album con un ritornello irresistibile tra rullate isteriche e violenti chitarre stoner. Il tiro dell’album sembra non voler calare nemmeno alla terza canzone, First it giveth, la cui chitarra raddoppia la velocità e gli efficaci intermezzi spagnoleggianti servono a spezzare la ripetitività insana dei riff. Uno dei momenti più esaltanti è però Song for the dead: la chitarra di Homme ripete ossessivamente una nota sola, la batteria di Grohl sembra inciampare incerta per poi lanciarsi in un ritmo veloce ed eccitante. L’atmosfera poi si fa più adeguata per una “canzone per i morti” ed entra la voce graffiante e profonda di un Lanegan che sembra tornato ai tempi degli Screaming trees. La canzone si conclude con il solito martellamento schizofrenico che però non riesce mai a stancare e la velocità delle bacchette di Grohl sembra non avere più limiti.
Prendiamo un respiro con The sky is fallin' (anche se i suoi imprevedibili cambi di tempo non ce lo consentono molto) e, passando per l’urlante Olivieri di Six Shooter e per Hangin' Tree arriviamo al momento più orecchiabile ma anche più interessante: Go with the flow (“I want something good to die for / to make it beautiful to live. / I want a new mistake, lose is more than hesitate”).
Passano le ore per l’ascoltatore che attraversa il deserto, scende la sera e l’album si fa più intimo con Gonna leave you, Do it again e il blues malato di God is in the radio. La vena più “marciachi” è esplicitata nella splendida ballata Another love song, ma è solo il canto del cigno prima di sprofondare nell’abisso della tetra e spaventosa Song for the deaf. Dopo averci condotto negli inferi, il dj ci saluta e ci augura buonanotte lasciandoci con l’acustica ballata Mosquito song.
Inquietante anche la traccia fantasma The real song for the Deaf: un ritmo le cui frequenze bassissime dovrebbero essere “udibili” per anche dai sordi.
L’album è sicuramente il più riuscito dei Queens e forse dovrebbe essere annoverato tra le pietre miliari del rock delle ultime generazioni. Le quindici canzoni scorrono rapide senza incertezze e senza pretese tecniche o intellettuali. Un rock puro, volutamente non raffinato, diretto e bollente come le sabbie del deserto californiano.
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