Zippo
Maktub
Tutte le volte che mi capita di ascoltare un lavoro degli Zippo, penso sempre allo stesso inciso: bravi ma. Capitò all’epoca con l’incensatissimo “The Road To Knowledge”, duemilanove, costruito interamente sulla figura sciamanica e controversa del guru centramericano Carlos Castaneda. Ottima produzione, suoni impeccabili, grande grinta, alcune idee davvero non male. Bravi ma. Pur cercando, a tratti disperatamente, nuovi sbocchi di uscita per il loro stoner “italianizzato” (sì, sono abruzzesi: se non ve l’avessi detto, ci avreste mai creduto?), incrociandolo con i tribalismi cajun, le atmosfere iberiche, la psichedelia latina e certo post-metal vitaminizzato, il risultato era un discreto minestrone, a dir la verità poco coeso, che soffriva sostanzialmente un importante gap cronologico rispetto al nume tutelare allora in voga: quello dei Mars Volta. Un po’ meno sfilacciati, pirotecnici ed esibizionisti, più attenti al quadro generale che all’onda d’urto confusionaria. Eppure il dejà vu, la sensazione di avere di fronte degli onesti e preparati epigoni, non si defilava neppure con le varie ed eventuali considerazioni particolari sul tema.
A “Maktub” – titolo preso in prestito da una novella di Paulo Coelho – tocca in sorte lo stesso destino: un gruppo ancor più migliorato tecnicamente, con una veste sonora in gran parte inedita – tre dischi appena e una continua metamorfosi alle spalle, ne va dato sicuramente atto –, una concezione neo-progressiva della forma/canzone e la benedizione in mastering di James Plotkin, già al lavoro coi furono Isis (dovrebbe già suggerire qualcosa…). Bravi ma. Se a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, a tal proposito “The Personal Legend” fa il bottino pieno: sciame tellurico dietro le pelli, levitazioni allucinogene, basso sciabordante e la voce possente di Davide Straccione. Niente per cui gridare allo scandalo. A meno che non abbiate sentito almeno una volta, negli ultimi due anni, un disco dei Neurosis a vostra scelta e, soprattutto, “Crack The Skye” dei Mastodon. Lo spettacolo inscenato dai cinque di Pescara, se non proprio congruente, è largamente sovrapponibile alle nuove, coloratissime prove di forza su cui il quintetto di Atlanta ha basato il suo nuovo corso: un recupero vintage del prog psichedelico ad alta gradazione metallica, ma fuori dalla sequenza principale delle deflagrazioni in themselves.
Una volta appurato lo scarso imprinting specifico, poi, ci si può facilmente concentrare su altri aspetti. La scrittura degli Zippo ha subito un netto passo in avanti, diventando indiscutibilmente elaborata e particolareggiata (si veda il contrasto armonico tra chitarre e voce nella strofa di “The Omens”, altro trucchetto alla “Capillarian Crest”, con il deserto nelle vene), e la decisione di aprire lo sviluppo sistematico dei brani ad un ventaglio strumentale più ampio aiuta a stornare il presagio di assistere alla corsa ipercinetica di una formazione che, per quanti sforzi riesca a fare, arriva sempre in ritardo sul pezzo. Nulla di nuovo, tuttavia, anche su questo versante, con il richiestissimo Luca Mai che interviene sulla torcida infiammata di “Caravan To Your Destiny”, aprendola verso nuovi scenari di nirvanica serenità zen – e si sente – e in coda a “Simum”, il suono del peyote-addicted trasfigurato dagli ultimi Yakuza – e non si sente –. Non per cercare la gratuita polemica a tutti i costi, ma la lista di formazioni tricolore che si sono avvalse dell’intervento ad opera in corso del sassofonista romano prima dei Nostri, dai Dead Elephant in poi, tende ad un limite infinito. Sicuramente migliori, parlando di do ut des, le abrasioni di “Man’s Theory”, arzigogolato post-core in controtempo suonato sul filo del rasoio, con la partecipazione di Ben Ward, degli Orange Goblin.
“Maktub”, in arabo, significa “così è scritto”. Impossibile calcolare quante volte dischi del genere siano stati scritti. Prendiamo quanto c’è di buono e rilanciamo, provocatoriamente, verso una maturità a venire nel prossimo futuro.
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