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R Recensione

6/10

John Frum

A Stirring In The Noos

Prima di salire alla ribalta come supremo dispensatore di distoniche poliritmie metalliche nei Simulacrum, Matt Hollenberg è stato chitarra ed anima dei misconosciuti Cleric, una formazione alt metal dalla storia piuttosto accidentata con un solo, modesto full length alle spalle (“Regressions”, 2010). Non precisamente quello che si definisce un curriculum sfolgorante. Si pone questa breve premessa sia per rimarcare come l’interessamento attivo di John Zorn abbia di fatto rilanciato la carriera di Hollenberg (lupus pilum mutat…), sia per inquadrarne efficacemente la prima, grande esperienza al di fuori del perimetro di casa Tzadik: nientemeno che un supergruppo assemblato, all’ombra di Relapse, con ex membri di Dillinger Escape Plan (l’inconfondibile basso di Liam Wilson), The Faceless (il ringhio implacabile di Derek Rydquist) e Intensus (le pelli di Eli Litwin) ed ispirato ad una figura messianica d’importanza centrale per un culto sincretico della Melanesia sud-orientale.

La curiosità, di fronte ad un disco quale “A Stirring In The Noos”, è misurare gli eventuali progressi fatti registrare nel mentre dalla scrittura di Hollenberg – negli ultimi anni, lo ricordiamo, il chitarrista americano si è trovato ad interpretare le partiture zorniane e non a comporne di proprio pugno. John Frum, in questo, è un progetto oltranzista e in controtendenza rispetto al recente passato: suona esattamente come intende suonare, senza frapporre tra esecutore ed ascoltatore ulteriori sovrastrutture concettuali. Approccio quantomeno curioso, specialmente se si tengono in giusta considerazione la non immediata accessibilità della mescilanza stilistica del quartetto e la relativa disomogeneità del risultato finale – laddove, per massimizzare l’impatto di un buon first act, sarebbero piuttosto serviti semplicità e coesione. La sensazione di fondo è che “A Stirring In The Noos”, oltre ad essere un esordio tutto sommato poco originale (certi fraseggi tech death, primario ambito di competenza dei John Frum, suonavano già datati alla fine degli anni ’90), concupisca ambizioni ancora fuori dalla portata complessiva della band, strumentalmente preparatissima, ma ancora alla ricerca di una propria identità.

Oltre al math-core schizoide in chiusura di giochi (“Wasting Subtle Body” ci ricorda che gran disco fosse “Calculating Infinity”), ad intrigare maggiormente è la sezione centrale che – non a caso – è anche quella più scattante e concisa. “Through Sand And Spirit” annega nell’acido un interplay per certi versi rassomigliante a quello dei Gorguts – tutto da gustare l’assolo non convenzionale di Hollenberg. “Lacustrine Divination” si apre a visioni psichedeliche di tutto rispetto, danzando sul filo di rasoio di un death-doom mai prevedibile. “He Come”, infine, seziona con chirurgia progressiva uno sludge tribale che evidenzia lo strapotere tecnico di Litwin. Il resto non esalta granché. Superbe le intersezioni armoniche di “Presage Of Emptiness”, il cui chitarrismo death-black non viene però supportato adeguatamente dalla sezione ritmica. “Pining Light” è un gran calderone di istanze estreme con l’obiettivo finale, non raggiunto, di raccogliere il testimone della cosmica heavydelia dei Gigan. Ancora abbastanza irrisolti i brani più lunghi: “Memory Palace” ondeggia alla brezza di arpeggi sinistri, prima di cangiare in uno strepitante mostro post-post-core (come gli Ulcerate, ma in un’ottica di maggiore minimalismo), mentre “Assumption Of Form” scardina a colpi di maglio una monocroma narrazione heavy-doom à la EyeHateGod.

Apprezzeranno gli appassionati, specie se di lunga data. Per tutti gli altri, l’occasione si spera essere solo rimandata.

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