Metallica
Death Magnetic
Che grande gruppo i Metallica degli ‘80s! Una delle poche realtà metal per cui ci si sarebbe addobbati di borchie lucide e lunghe chiome lisce da scuotere in aria con fare incazzoso. Impossibile fare il minimo appunto al gruppo fino a …And justice for all, ultima vera gemma pregiata di un decennio d’oro. Qualche riserva si poteva iniziare ad averla per il Black Album, che però rimaneva un disco di dignotoso ed elevato spessore. Poi è iniziato il declino inesorabile e decisamente imbarazzante. Su una cosa bisogna dargli atto ai Metallica: han sempre suonato quello che volevano, fregandosene di mode e cercando un proprio percorso stilistico. Così se con il Black avevano deciso di svoltare (con efficacia) verso suoni più morbidi ammiccanti a un tozzo pop, con Load e Reload si avventuravano con coraggio nell’ hard-rock (con scarsi risultati però). Il ritorno al trash di St.Anger era il canto del cigno di un gruppo che ormai non aveva più niente da dire e per di più lo diceva pure male e in maniera prolissa. Quasi come un vecchio malato di alzheimer che voglia intrattenere i nipotini raccontando come è riuscito ad affrontare la grande depressione del 1929 non ricordando neanche dove fosse in tale periodo.
I Metallica sembrano ugualmente fuori dal tempo, inebriati da una carriera talentuosa e buttata alle ortiche in un autocompiacimento machista irritante e fuori luogo. A renderli ancora più fastidiosi e inadatti all’epoca attuale non bastava la musica scabrosa ma dovevano arrivare le loro posizioni sul peer to peer, strumento che a detta loro rischiava di privarli di milioni di incasso e metterli alla fame. A loro, piccoli poveri milionari da quattro soldi…
Come si può quindi prendere in seria considerazione l’idea che il gruppo abbia ritrovato la potenza delle origini, cui questo disco pare appellarsi? Tanto più spregevole appare questa operazione, apparendo chiaramente un tentativo di catturare le giovani leve con un disco che rievochi le vecchie sonorità di un tempo. Ma al di là delle intenzioni tanto smaccatamente immorali e commerciali se davvero il gruppo ci avesse messo sul piatto un nuovo Ride the lighting non staremmo certo a sputarci sopra, anzi. Diremmo che non è originale ma che in fondo è un’iniezione di energia vitale salutare e ben fatta. Ma questo Death magnetic non può neanche lontanamente essere paragonato ai grandi album di una volta. Ma nemmeno alla pur insufficiente produzione dei ‘90s. E se è possibile si è riusciti a fare anche peggio di St.Anger, che nella sua bestialità si mostrava coraggioso per l’assenza dei famosi assoli di Hetfield e Hammett.
L’unica cosa che Death magnetic è riuscito a ricalcare di quel glorioso …And justice for all sembra essere la lunghezza delle composizioni, della durata media di otto minuti. Se però una volta ascoltavi To Live Is To Die e One sperando che non finissero mai qui è davvero difficile riuscire a contenersi dal distruggere lo stereo. E i Metallica ci mettono tutta la loro buona volontà per farti perdere la pazienza fin da subito, piazzandoti tre brani trash insopportabilmente inconcludenti prima di giungere a qualcosa di minimamente ascoltabile come The day that never comes (non per niente primo singolo estratto dall’album), ballata che spazia in maniera trita e ritrita tra introduzione acustica classica, melodie vocali pop e strutture prog-metal dai chitarrismi raffinati e ultra-tecnici. Qualcuno ha parlato non a torto “dell’ennesima rivisitazione di Fade to black”.
Si riesce poi a scorgere tra i nitriti di Hetfield qualche riff decente, come in Cyanide o in The judas kiss, con l’aggravante ovvia che la mediocrità quando viene spalmata su tempi così lunghi (sette-otto minuti) diventa inesorabilmente noia e pateticità.
E arriviamo finalmente a The unforgiven III, per il cui solo titolo un fan non potrebbe far altro che prendere a randellate il terzetto storico del gruppo (mi sentirei di risparmiare il povero Trujillo, appena arrivato e del cui basso si è sentito poco o niente) per avergli propinato l’ennesima versione sempre più scontata ed mtviana di una composizione che in origine era davvero un grande capolavoro del genere. A questo punto seguendo il cliché dei dischi ‘80s si dovrebbe trovare uno strumentale che arriva preciso come un orologio svizzero (Suicide & redemption). E pur non sfiorando nemmeno l’intensità dei classici il brano concede finalmente dieci minuti di silenzio vocale di un Hetfield imbarazzante, permettendo di concentrarsi su sezione ritmica e chitarre di discreta fattura (unico mezzo lampo di vita di un Ulrich altrimenti non pervenuto). Per fortuna My apocalypse ci saluta ricordandoci il livello medio penoso cui sono giunti i Metallica.
Alla fine della fiera poco importa che ci sia un nuovo bassista (tale Robert Trujillo) e un produttore del calibro di Rick Rubin. Poco importa che si tenti di darsi un tono intellettualistico sbandierando il fatto di aver fatto un concept album sulla morte. Poco importa che si cerchi di recuperare una tradizione passata resuscitando addirittura il vecchio logo Metallica in copertina del disco. Poco importa tutto questo se poi non ci sono le canzoni. O quanto meno un minimo di ispirazione, un qualcosa che ti faccia capire che non è stato uno spudorato taglia e incolla dal passato per buttare lì un qualcosa che vendesse.
Se questo è tutto quello che oggi i Metallica sono in grado di dare allora abbiano la dignità, questi poveri musicisti, di godersi i loro soldi, sbraitare contro il peer to peer ed evitare in futuro di tormentarci con dischi come Death magnetic.
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