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R Recensione

8/10

Shabazz Palaces

Lese Majesty

Come descrivere, fissandola sul foglio (elettronico, ovviamente), la mutevolezza, la fluidità, l'assenza di forma? Impossibile. Tanto vale tentare di fornire una visione d'insieme, lasciando all'ascoltatore il compito di avventurarsi più nel dettaglio nell'evolversi magmatico, continuamente soggetto a spinte centripete e centrifughe, di questo Lese Majesty. Gli Shabazz Palaces danno libero sfogo al loro visual-hip-hop -astratto come non mai- che deve tanto a troppe cose per elencarle tutte. Lese Majesty è un attentato all'irreggimentazione delle forme in codici regolari, ripetitivi. Un flusso di coscienza ben più libero -ma forse proprio per questo meno efficace- del precedente Black Up. Siamo forse più vicini alla fitta nuvolosità di un lavoro arcinoto ai cultori del mondo alternative rap, quell'amorfa creatura a firma cLOUDDEAD uscita ormai tanto tempo fa.

Da Seattle, Ishmael Butler e Tendai “Baba” Maraire rivendicano una “négritude” che qui si fa sci-fi, spaziale, pur lanciando qualche rimando ad un passato più terra-terra da MC's (i Digable Planets di Butler, che tornano alla mente con l'intermezzo jazzy “Soundview”), e limitando il tribalismo che nel precedente lavoro era componente caratterizzante.

Diviso in sette “suite”, il disco scorre come un tutto organico, ininterrotto e legato nelle sue parti dall'assenza di veri e propri stacchi. “Dawn in Luxur” apre le danze accumulando l'uno sull'altro strati di nebulose dense, cangianti, gonfie. Il flow stesso -liquido, sciolto- si immerge nelle soluzioni cromate di synth e laptop, ora prendendo il sopravvento ora lasciandosi sovrastare. Un gioco di moduli che s'affastellano e si compenetrano -mutandosi reciprocamente- per dinamiche che devono tanto sia al modernismo IDM di un Flying Lotus che alle pulsazioni basse di scuola garage/wonky (prendete la frammentazione di uno Zomby unita all'attitudine afro di Benga). E così si procede con i beats corpulenti di “Forerunner Foray”, i samples robotici di “They Come in Gold” (dove l'impronta di Yeezus è più che manifesta), gli ultrabassi da dancefloor spaziale di “Noetic Noiromantics” (un brano che crea un senso di pura assenza di gravità), la lenta ipnosi di “Ishmael”, i techno-tribalismi di “#CAKE” (costretti nelle spire di un insidioso synth), passando ancora per l'ossessiva “Mindglitch” e la morbida -piena di groove- “Motion Sickness”.

Diciotto brani, molti dei quali di breve durata, per una sola, lunga e multiforme rapsodia di hip-hop sperimentale ad altissima densità sonora. L'ascolto è certamente più ostico -vista l'impalpabile indefinitezza di gran parte del materiale- rispetto allo scorso Black Up. Qui si gioca sul carattere mutante e frastagliato dei campionamenti, su composizioni che non hanno un vero e proprio centro, sull'effetto psichedelico di scenografie fluttuanti. Una New Black Wave -come autoproclamato- che sposta -dilatandoli e sfumandoli- i confini di un genere sempre più ibrido e ardito. Un secondo lavoro che ha tutta la stazza di una splendida conferma.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 16:53 del 4 agosto 2014 ha scritto:

Grande recensione per un disco splendido, che quasi batte il lavorone del 2011.

Cas, autore, alle 22:13 del 21 agosto 2014 ha scritto:

santo cielo forever007 (alias mister bond), che ti hanno fatto i poveri Shabazz per meritare questo misero 4 che hai loro affibbiato di soppiatto?