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R Recensione

7,5/10

Fatima

Yellow Memories

Fatima non ha nel sangue la spudoratezza di una Beyoncé o di una Rihanna. E nemmeno la sofisticatezza “hip” di una FKA twigs. Le piace cantare e ha un'idea chiara di come vorrebbe il suo sound, punto. Il suo sound: leggero e disinvolto, ma anche pieno di vibrazioni smooth, non privo di qualche tocco psichedelico, ben radicato in una contemporaneità che non sdegna certa sperimentazione elettronica, capace poi di lanciare tanti ganci verso il mondo indie e di curare per bene -ma senza maniacalità- la produzione. Da quando è arrivata a Londra dalla sua Svezia, nel 2006, ha frequentato i club, ha formato una band e si è inserita nel giro della Eglo, etichetta indipendente creata da Sam Shepherd (Floating Points), con cui ha pubblicato due Ep (Mindtravelin' e Follow You). Tra Erykah Badu, battiti hip-hop, synth slavati, dense glasse di rhodes e una lunga stuola di produttori (Funkineven, Dam Funk, Scratcha DVA, lo stesso Floating Points), Fatima si è finora mossa bene, facendo del suo non essere troppo sopra le righe una conquista in termini di genuinità e garbatezza.

Tutto ciò si sostanzia nell'esordio Yellow Memories, capace di far coagulare l'esperienza acquisita negli ultimi anni in una proposta organica e di grande espressività. Ben consapevole di quello che vuole, Fatima raccoglie attorno a se un team di collaboratori quali Scoop DeVille, Theo Parrish, Computer Jay, Oh No, Knx. “With a little help from my friends”, questo lo spirito.

In un rigoglioso fiorire di fiati, “Do Better” è neo-soul potente e profumatissimo, dove l'equilibrio tra tradizione e freschezza contemporary gode di una stabilità sopraffina, mentre con una “Underwater” -per giocarci subito gli estremi- si flirta eccezionalmente con un groove futurista incastonato in un breakbeat disarticolato ed immerso in un corredo sampledelico dalla grana spessa, impastata e onirica, per un mood ammaliante e densissimo. Ed è proprio su questa commistione tra sperimentazione e classicismo che si gioca la piacevolezza dell'album: un accattivante viaggio che si snoda lungo il jazzato dei ricami di contrabbasso di “Technology”, i synth melliflui e le virate spacey di “Circle” (cui partecipa il valido Shafiq Husayn, che proprio con Fatima aveva dato vita al bellissimo singolo “Lil' Girl”), o lo straniante beat di DeVille in “Ridin Round (Sky High)”. Sono ancora diversi i brani di nota, inseriti a meraviglia in un fluire sciolto che regala gli innesti pulsanti del basso in “Family” e “La Neta”, entrambe deliziose e colme di irresistibili ganci pop, o le eleganti parti di rhodes in “Biggest Joke of All” e le involuzioni psych di “Talk”.

Fatima ha ancora del lavoro da fare: le occorre affinarsi e dare riconoscibilità al suo sound. La personalità messa in campo, però, basta e avanza per marciare a testa alta. Buona la prima.

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