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R Recensione

7,5/10

Jessy Lanza

Oh No

Tre anni fa, con “Pull My Hair Back”, Jessy Lanza, coadiuvata dal “Junior Boy” Jeremy Greenspan, dava vita ad un interessante esperimento di r&b elettronico, capace di giocare con un frasario post-step ammiccante e sensuale -molti i lasciti house- e al contempo robotico e “techno”: una sorta di ibrido tra Jessie Ware, Grimes ed una FKA twigs meno esoterica e più convenzionale. Il nuovo “Oh No”, invece, cambia direzione, concentrandosi su un sound minimalista e rigoroso (la produzione chirurgica, le trame spesso serrate, il songwriting affettato e conciso), ma dotato anche di ampio respiro, per vaporose vedute sci-fi che allargano i confini di una formula sempre più indefinibile e ammaliante (capace di far convivere in una salda stretta i riferimenti più disparati, da Prince ai Cocteau Twins -si senta l’ultima “Could Be U”-, da Aaliyah a Tahliah Barnett).

L’arpeggio di “New Ogi”, con la vocina eterizzata della Lanza (così distante dalla carnalità dell’esordio), fa da apripista alla straniante “VV Violence”, un progredire minimale di frammenti ritmico-timbrici, con quella drum machine in metronomico hi-hat e le frasi oblique -in tutto e per tutto Princeiane- di synth . Si respira una rinnovata energia nelle sapienti dosature di “Oh No”: ogni pezzo è misurato al millimetro ma, ben lungi dall’apparire statico, risulta invece, nella sua andatura sciolta e spaziosa, a sprigionare ancora più estro, che si tratti dei momenti maggiormente dance (la house pulsante di “Never Enough”, l’r&b in salsa purple sound di “Oh No”), o delle sinuose ballate electro (“I Talk BB”, ad esempio, splendida prova canora in riverbero persa nell’aleggiare tremolo del synth, ma riportata a galla da pochi, efficaci, accordi di tastiera).

Jessy Lanza e il suo compare Greenspan lavorano sulla messa a fuoco, sulla definizione, controbilanciando il minimalismo compositivo non solo grazie ad un'ottima gestione degli espedienti melodici, ma anche alla riuscita padronanza di un approccio sospeso tra abbandono e controllo: come non parlare di “trance” per pezzi ossessivi come “Going Somewhere” e “It Means I Love You”, entrambi sospesi in un’atmosfera fumosa e onirica, eppure mai incerti sui percorsi da seguire (il formicolare ritmico del primo, addolcito dall’accoppiata balsamica synth-voce; il loop mesmerizzante del secondo, che presto si lancia in un frenetico e sudaticcio intrico footwork).

Tirando le somme, la nuova prova di Jessy Lanza allarga sensibilmente lo spettro sonoro dell’esordio, recuperando il tocco esoterico allora mancante e facendo funzionare al meglio la nuova formula. Come da copertina, la Lanza prende le sembianze di una sacerdotessa glitterata, immersa in una rarefatta (e quanto mai artefatta) atmosfera psichedelica. L’album suona proprio così, come una prova di pop elettronico visionario ed ardito, anche se costruito ad arte. L’ambiguità che ne risulta è oltremodo affascinante, e contribuisce a rendere tanto apprezzabile la seconda fatica di un’artista che sembra avere il futuro dalla sua parte.

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 2 voti.
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woodjack 7,5/10

C Commenti

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woodjack (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:26 del 13 luglio 2016 ha scritto:

grande Cas! mi ritrovo in tutto, in particolare: "vaporose vedute sci-fi che allargano i confini di una formula sempre più indefinibile" e "un approccio sospeso tra abbandono e controllo", giuste pure le sottolineature degli ingredienti esoterici, glam e psichedelici: la cosa interessante di questo disco è proprio il dosaggio originale di tutte queste componenti, unito ad una sintesi naturale dei vari elementi delle diverse culture (non solo Europa e America, ma pure Africa e Asia). L'unico appunto, avrei messo Elettro-pop in grande e R&B in piccolo, giusto un sofismo concettuale; mi pare infatti che la nostra percorra a suo modo la stessa strada delle ormai tante eroine dell'elettro-r&b però in senso di marcia inverso... Bowie lo chiamerebbe "plastic alternative r&b"

Cas, autore, alle 20:29 del 13 luglio 2016 ha scritto:

sono contento di aver fornito una chiave di lettura decente per un album non facile. in realtà non sono per niente convinto di essere riuscito a descrivere come volevo l'atmosfera -particolarissima- che permea ogni brano...

"avrei messo Elettro-pop in grande e R&B in piccolo"---> sì, hai ragione. diciamo che l'uso della categoria "r&b" rappresenta un po' un "catch-all term" generico che non esaurisce per niente la proposta, ma inquadra in linea di massima un certo approccio estetico. a questo proposito non è da sottovalutare l'apporto di Greenspan, che di elettro/synthpop ne sa qualcosa... "plastic alternative r&b" mi piace tantissimo!