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R Recensione

8/10

Death Grips

No Love Deep Web

2012: la Morte continua a Mordere. Sussurri e grida. Omicidi e menzogne. Il mondo in guerra contro la crisi, cioè contro se stesso. Un pezzo alla volta, un paese alla volta, come le tessere del domino. La guerra personale degli “exmilitary”. La guerra subliminale per il controllo del pensiero divergente. La follia contro la ragione del potere economico. 2012: fuga dalla Epic. C’avevano provato quelli della Sony, con il loro comparto tecnologico orwelliano. Avevano localizzato il segnale criptato, proveniente dall’oscurità di quell’hangar fantasma a Sacramento, lo avevano intercettato, filtrato, incanalato. C’avevano provato e c’erano quasi riusciti. I Death Grips come i RATM, come i Clash prima di loro. Il fiore all’occhiello della multinazionale. Come trasformare il dissenso in consenso. La ribellione in adesione. Il Messaggio in messaggio promozionale. “Quello che avete appena ascoltato è frutto della fantasia degli autori e protetto dal nostro copyright, ogni riferimento a fatti e persone reali, voi compresi, è da ritenersi puramente casuale”. S’è trattato di un falso allarme, di uno scherzo ben congegnato, di una finzione che ha oltrepassato i confini della realtà. Come “La Guerra dei Mondi” di Orson Welles nel 1938. Peccato che qualche anno dopo i mondi siano entrati in guerra per davvero e il rastrellamento dei civili, i campi di concentramento, lo sterminio di massa siano diventate pratiche comuni. Ma quello fu solo un caso. E nemmeno lontanamente il nostro caso. Qui è tutto sotto controllo. La distopia dei Death Grips non ha nulla a che vedere con la vita che viviamo. Questo, cari i miei candidi, è ancora il migliore dei mondi possibili. Il fantasma di Tom Joad non si aggira minaccioso per l’Europa dove le file per il nuovo modello di iPhone potrebbero cedere il posto a quelle per la mensa dei poveri, per il favorito nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti i suddetti poveracci non sono l’ultima delle sue preoccupazioni, la bandiera della Bundesbank non sventola in cima al Partenone come quella dei nazisti settant’anni fa, i reparti speciali non sparano bombe a grappolo contro donne e bambini, no, e sempre in Europa, nelle grandi acciaierie, non siamo più costretti a scegliere tra un lavoro a tempo indeterminato e un tumore al cervello: ora possiamo averli tutti e due al prezzo di una vita. Questo è il benessere che essi ci portano. Ora che l’equivoco è stato chiarito, tornate pure tranquilli alle vostre case o fate un giro nel più vicino centro commerciale o scaricate la nostra ultima applicazione e non dimenticatevi di ascoltare il nuovo attesissimo disco dei Death Grips: “No Love Deep Web”.

 

E invece no. Interferenza, renitenza, prova-prova, sa-sa-sa- sabotaggio, caos. Il segnale s’è riappropriato della propria frequenza e rimbalza ancora più forte, più penetrante. L’urlo dei Death Grips sommerge rassicurazioni della casa discografica che ha cercato di oscurarli, di scaricarli. “No Love Deep Web” esce autoprodotto, in streaming gratuito sul loro sito, il titolo scritto a pennarello su un grosso pene in erezione, che è l’unica cosa a cui censori e normalizzatori possono attaccarsi, ormai. Il terzo album, che completa idealmente la trilogia iniziata da Exmiltary e The Money Store, è anche quello in cui lo stile musicale del gruppo sublima, trasformando la guerriglia ultrasonica e l’aggressività, lo “shock culturale”, la sottrazione delle forme in un flusso ininterrotto, ipnotico, totalmente astratto. Un ordito elettronico al contempo raffinato e abrasivo, onirico e dinamitardo, in cui i beat non sono frutto di campionamenti ma suonati “dal vivo” su una v-drums elettronica della Roland o dalla batteria acustica di Zach Hill, che si occupa anche della produzione, insieme a Flatlander. Su questa ossatura tagliente s’incastrano bassi cavi, profondi, tellurici e geometrici reticoli di tastiere che filtrano emissioni fredde, minimali, glitch. È fiamma ossidrica su ammonio ghiacciato, è l’Antartide di Lovecraft popolata di mostri precambriani risvegliati dal surriscaldamento globale.

È l’agit-rap più brutale che incontra gli Autechre. Dove Mc Ride può martellare col suo misto sadismo e sofferenza, sete di vendetta ed espiazione, su cingolati industrial come “No Love”, uno dei brani più potenti e riusciti della loro breve ma intensissima carriera, “World Of Dogs” (“Who’s listenin’ free/ It’all suicide to me!”), la oldschool di un’altra galassia (ormai esplosa come una supernova) di “Bass Rattle Stars Out The Sky” o lo shoegaze come strumento di tortura in “Lock The Doors”.

Nel bel mezzo dell’assedio c’è spazio per piccole variazioni di rara pregevolezza come quando dalla morsa dei beat sgorgano scroscianti strie elettroniche (“Pop”), synth gassosi e narcotizzanti in capsule pressurizzate (“Black Dice”), orologeria a molla che crea ordigni degni di “Saw – L’Enigmista” (“Hunger Game”), rimbalzi di bassi come quelli di un pallone da basket (“Stockton”), ipercinesi breakkata (“Whammy”).

V Voti

Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 12 voti.
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LucaP 6,5/10
B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10
yanquiuxo 7,5/10

C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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nebraska82 alle 18:30 del 2 novembre 2012 ha scritto:

non so il disco , ma la copertina di certo non passa inosservata!

salvatore alle 22:12 del 5 dicembre 2012 ha scritto:

Ci metterei un 10 solo per vederlo tra i primi quattro visibili in home page ihihihihih

O ci metterei un 1 per scongiurare il pericolo che ciò avvenga ihihihihih

REBBY alle 10:33 del 6 dicembre 2012 ha scritto:

Essere o non essere, questo il dilemma se sia più nobile nell'anima soffrire (o godere ghgh) sotto i colpi dell'oltraggiosa copertina eheh o prendere le armi contro di essa e contrastandola porre fine alla sua imbarazzante vista ghgh

comunque sia disco del cazzo

TexasGin_82 (ha votato 8 questo disco) alle 10:40 del 26 febbraio 2013 ha scritto:

Per fortuna le mie assetate e sempre insoddisfatte orecchie, ogni tanto, riescono ancora a sentire qualcosa di fresco.