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R Recensione

8/10

Calibro 35

Decade

Come scrive Valerio Mattioli nel suo imprescindibile Superonda (Baldini & Castoldi, 2016), a contraddistinguere la musica per colonne sonore rispetto a quella per sonorizzazioni – qualsiasi sia l’accezione che vogliate attribuire alla vaga etichetta di library music – si pongono due tratti: uno semantico, di genericità (o, per meglio dire, di non specificità) e l’altro cronologico, di anteriorità rispetto al nucleo tematico di riferimento (e quindi, in un certo senso, di sua definizione). In altri termini, “[…] a differenza delle colonne sonore per il cinema, perlopiù pensate appositamente per una precisa pellicola di cui il compositore conosceva quantomeno i dettagli salienti […], la library music è generica. I brani venivano cioè registrati in anticipo e poi intitolati per argomenti o atmosfere” (op. cit., p. 500). Se si vuole carpire nel profondo l’eccezionalità di una scena-non scena tra le più straordinarie mai esistite nella storia della musica, per dimensioni e risultati ottenuti, questo è un aspetto fondamentale: la mancanza di una vincolante progettualità a monte di queste musiche permetteva, ad acclamati compositori e strumentisti alle prime armi, di sperimentare oltre ogni limite, tagliando traguardi teorici e pratici in anticipo anche di svariati decenni sulla tabella di marcia storicamente accettata come “ufficiale”.

All’inizio, “Decade” non doveva esistere come lo ascoltiamo oggi: i piani originari prevedevano una rimpatriata one-shot fra i vari membri dei Calibro 35, discograficamente fermi dall’ottimo “S.P.A.C.E.” del 2015 (se escludiamo il riuscito live albumCLBR35 Live From S.P.A.C.E.” del 2016: quasi tre anni di pausa, qualcosa di mai successo prima), per festeggiare al meglio, con un greatest hits approntato ad hoc, la prima decade di attività di uno dei progetti più influenti e celebrati della musica italiana contemporanea. Poi, come sempre succede, da cosa nasce cosa e il cantiere antologico si tramuta nell’idea del disco inedito, il sesto lungo (tenuti fuori la raccolta di b-side e alternative takesRare”, le due O.S.T. originali per Said e Sogni di gloria e il summenzionato live album). Ed ecco subito la prima, grande novità. Dalla sbronza estetica per Sixties e Seventies (“Calibro 35”) al cinema di genere (“Ritornano Quelli Di… Calibro 35”), dalla scoperta dell’America (“Ogni Riferimento A Persone Esistenti O A Fatti Realmente Accaduti È Puramente Casuale”) al sopraffino drappeggio noir (“Traditori Di Tutti”) alle esplorazioni intergalattiche (“S.P.A.C.E.”), ogni tappa narrativa del romanzo Calibro 35 aveva un filo conduttore, una tematica portante. “Decade”, invece, la cui aura estetica è dichiaratamente debitrice delle utopistiche avanguardie architettoniche degli anni ’70 – si pensi solo alla stroboscopica copertina, che cita il Monumento continuo del Superstudio fiorentino –, è forse il primo disco concluso in sé stesso, musicalmente indipendente da fonti ispiratrici esterne. Questa volta, differenza cruciale, non è il concetto che modella il suono, bensì il contrario: ad ogni brano, quasi fosse un prodotto in serie, è associata una succinta descrizione di genere, strumentazione e mood. Non casualmente, chiudendo alla perfezione il sillogismo logico, “Decade” è il capitolo autenticamente library dell’epopea di Enrico Gabrielli & Co.

Il meticoloso studio delle orchestrazioni e del bilanciamento iconico degli elementi strumentali, presupposti fondamentali per ogni raccolta library che si rispetti, vengono qui perseguiti operando una profonda ristrutturazione – concettuale e fattuale – dei peculiarissimi arrangiamenti dei quattro+uno: in “Decade”, aldilà della genesi ascrivibile all’uno o all’altro musicista (quattro hanno la firma di Gabrielli, quattro quella di Massimo Martellotta, uno – forse il migliore, per “Pragma” – quella di Luca Cavina), il muro di suono viene saturato dalla strabordante inventiva degli Esecutori di Metallo su Carta, un curioso ensemble a sette che ha collaborato estensivamente con alcuni dei nomi di punta dell’underground tricolore (si pensi, ad esempio, ai Fuzz Orchestra di “Uccideteli Tutti! Dio Riconoscerà I Suoi”). Il risultato è non meno che esaltante, a partire dal singolo di presentazione, una “SuperStudio” il cui devastante groove funk (Detroit? Brooklyn?) viene prima mitigato dalle aperture mediterranee degli archi (Yoko Morimyo a violino e viola, Angelo Maria Santisi al violoncello), poi ridoppiato da una sezione stomp tutta muscoli che si avvicina allo strapotere ritmico di certo hip hop analogico. Il suono-Calibro, vigorosamente riconfermato qui e nelle stringhe pop art guitar driven di “ArchiZoom”, altrove viene invece accantonato in favore di nuove traiettorie: irresistibile il fonosimbolico swing à la Carl Stalling, traboccante di percussioni ed idiofoni, di “Faster Faster!” (se i Looney Tunes potessero interpretare un hard-boiled color seppia…), stranianti le dissonanti stille di flauto e twang guitars che sgocciolano sull’avanzare metronomico di “Modulor” (i synth aggiuntivi di Tommaso Colliva eutrofizzano il sottotesto distopico) ed altamente suggestive le astrazioni volatili del gamelan di “Polymeri” (alternanza e sovrapposizione di waterphone, balafon e đàn bầu per una composizione degna del “Bioritmi” di Egisto Macchi).

Basterebbero questi episodi di rilievo per far conquistare a “Decade” un posto d’onore nella discografia dei Calibro 35, al livello del colossale “Traditori Di Tutti”, ma il meglio deve ancora venire. Con la parziale eccezione della sola “Travelers”, un romantico mélange di commiato affidato agli arpeggi elettrici di Martellotta e ad una sezione d’archi un po’ stucchevole (Morricone, pure preso come ispirazione ideale, è piuttosto lontano), sono innumerevoli i passaggi che lasciano a bocca aperta. A meritare massima attenzione, in particolare, è “Pragma”: da brividi il segmento in cui le fini cesellature ethio-jazz degli ottoni (tra Sun Ra, Mulatu Astatke e le frasi bandistiche di Albert Ayler), in lieve ritardo sul pattern ritmico quasi kraut di Cavina e Rondanini (echi di “Sister Pneumonia”?), cedono il proscenio alle drammatiche sovrastrutture del wurlitzer, contrappuntate alla perfezione dal vibrafono di De Gennaro. “Power of repetition and changes” è la tagline affiancata alle scansioni matematiche di “Modo”, un dinamico frattale prog-jazz in divenire che, in coda, viene portato in trionfo da un blob di bassi. Ancora, le policromie da big band di “Psycheground” (con una certa, beneaugurale tendenza al free da parte del solismo) si riflettono nei tagli impressionisti di “Ambienti” (uno struggente notturno innaffiato di J&B e melodismo decadente) e nelle complesse orchestrazioni in disfacimento di “Agogica” (una grandeur cinematografica formato suite, il cui climax ascendente sembra evocare ad un tempo Rota, Trovajoli e Umiliani).

Il futuro è qui. Il futuro è oggi. “Decade” celebra il passato nel migliore dei modi possibili: continuando a guardare avanti. Ne esce un disco di rara bellezza che, senza la minima ombra di retorica, sarà ricordato a lungo negli anni a venire.

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