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R Recensione

7/10

Calibro 35

Ogni Riferimento A Persone Esistenti O A Fatti Realmente Accaduti È Puramente Casuale

La scorsa estate, fatto più unico che raro, in occasione della calata dei Calibro 35 nell’afoso rettangolo nord-orientale della Pianura Padana, ho avuto la fortuna di conoscere e scambiare due chiacchiere con Enrico Gabrielli, polistrumentista di formazione classica – proprio come Nicola Manzan… – attivo in singolo come Der Maurer, colonna portante dei Mariposa, per un breve periodo alla corte di Manuel Agnelli e, dulcis in fundo, responsabile diretto o indiretto di tre quarti degli arrangiamenti complessivi delle nuove uscite discografiche tricolori. Con il bassista, Luca Cavina, ed il chitarrista, Massimo Martellotta, era già capitato, in passato, di ritrovarsi a parlare del più e del meno, a margine di trionfali e sudatissimi concerti, da un capo all’altro del telefono, dietro un paio di cuffie e attraverso un microfono. Tuttavia, la curiosità di conoscere personalmente il factotum del frizzante scheletro prog-jazz-funk dell’entusiasmante quartetto (più uno) apolide era salita a livelli da censura. Per aspera ad astra. Approfittando di un momento in cui tutti sembravano essersi stancati di accerchiarlo, mi sono avvicinato rapidamente a Gabrielli, salutandolo con una cazzata delle mie, una cosa che si avvicinava molto a “finalmente conosco il miglior compositore italiano degli ultimi vent’anni!” – non che scherzassi per davvero, ad essere onesti… –. Mi aspettavo una risata, un sorriso di circostanza, se non addirittura una reazione fredda. Ed invece, meraviglia!, il discreto Enrico, bottiglione di whisky in mano, è arrossito sino alla punta dei capelli e si è trincerato dietro un indistinto balbettio.

Sotto questo dettaglio, piccolo aneddoto di una giornata come tante, si nasconde il pregio e la vera forza della macchina da guerra Calibro 35. Gente con curricula chilometrici, collaborazioni a destra e a manca, una lista di dischi autografi che sembra l’elenco del telefono di Marte (cit.): ed ancora così tanta riservatezza, così tanto pudore per un complimento affettuoso. Eppure la loro è una favola che giustificherebbe, a ragion veduta, qualsiasi mania di grandezza: primo disco di cover in sordina, la produzione di Tommaso Colliva, l’entusiasmo che sale progressivo, i concerti che si riempiono poco alla volta, il botto con il secondo disco (cover + originali), vendite alle stelle, lungo tour italiano ed europeo, una canzone per un documentario sui poliziotteschi italiani, un’altra canzone dritta ad Hollywood (con il beneplacito di Helen Mirren e Morgan Freeman, mica Hannah Montana…), l’apertura per i Muse a San Siro. Dal neutro “quel gruppo che rifà le colonne sonore degli anni ‘70” sono passati ad essere, in rapida sequenza, “quei copioni che rifanno pari pari le colonne sonore degli anni ‘70”, fino al raffinato “quelli che scopiazzano le colonne sonore degli anni ’70 e poi scrivono qualche inedito che assomiglia tantissimo alle colonne sonore degli anni ‘70”. Ma loro, i Calibro 35, zitti zitti, quatti quatti, lavorano nell’ombra e preparano l’assalto alla luce dei lampioni, nei sobborghi malfamati, con il luccichio dei coltelli a serramanico negli occhi ed una doppietta in mano. Lo sparo, questa volta, è davvero netto e distinto. Pare quasi di poterlo parafrasare: Brook-lyn

Proprio dai Mission Sound di Brooklyn (Arctic Monkeys, Animal Collective, Marc Ribot), a pieni polmoni attraverso i ganci arrugginiti del ponte per antonomasia ed in traversata transoceanica fino ad un altro ponte che speriamo non esista mai, il motore dei Calibro 35 scala rapidamente le marce e s’invola sul dinamismo spietato del terzo parto in studio, “Ogni Riferimento A Persone Esistenti O A Fatti Realmente Accaduti È Puramente Casuale”. Nero pece, nero fiele, nero carbonchio. Il minimalismo di una copertina che sembra scolpita dai proiettili, rovinata da una fiamma ossidrica, rispecchia pienamente la battaglia campale che a breve sentiremo combattere tra i solchi. Non solo i colpi ed i lividi causati con i soliti trucchi ad effetto che ben conosciamo, bensì una guerra più insidiosa: quella con sé stessi, quella per smarcarsi una volta per tutte dall’etichetta infamante di “cover band” e riproporsi, una volta per tutte, in chiave autoritaria verso composizioni personali, dotate di vita propria, senza la necessità di sbilanciarsi verso astrusi paragoni. Dodici brani in scaletta, due solamente le rivisitazioni: “Passaggi Nel Tempo” (Ennio Morricone, 1969, originariamente composta per il leggendario Il Grande Silenzio di Sergio Corbucci, poi riutilizzata una decina d’anni più tardi da The Swap di John Broderick e John Shade) ha le fattezze di un carillon sbilenco, ticchettio mortifero con improvvise, inusitate aperture epiche. “New York New York” (Piero Piccioni, 1973, da Anastasia mio fratello, di Steno) è invece una perla di noir jazz in crescendo ritmico, schiantato da intensi tentacoli free e caramellato da sottili rivestimenti di fiati.

La verità? Il livello compositivo del gruppo è arrivato a vette di consapevolezza tali da non aver più realmente bisogno di reinterpretazioni come “puntelli” per sostenere gli ingranaggi del lavoro. Bastino quattro esempi su tutti. “Buone Notizie” è un piccolo miracolo di sintesi pop, arrangiamento da chanteuse, francesismi arabescati e fantastici ricami di vibrafono, roba che ci si attenderebbe, da un momento all’altro, che dalle tendine di raso rosso del palcoscenico principale spunti fuori una nuova Georgeanne Kalweit. “La Banda Del B.B.Q. (Brooklyn, Bronx, Queens)”, quasi un’”Eurocrime!” al quadrato, ha un apparato funk da urlo, sfregio Motown in pieno volto con la chitarra di Martellotta libera di spruzzare acido da tutti i pori. Il prog-jazz di “Arrivederci E Grazie” si accende dopo appena dieci secondi, con una potentissima tastiera dalla micidiale quadratura, bassi inossidabili e viaggi lisergici su sei corde. Impressionante, sopra ogni altra, è “New Dehli Deli”, superficialmente un tributo ai raga psichedelici che, dalla sua, unisce però la plasticità matematica delle chitarre frippiane, il senso del controtempo funk, ariosi cori e quelle particolari dinamiche di rilascio ambientale proprie di soundtrack come “Il Consigliori” (già coverizzata, peraltro, nel precedente “Ritornano Quelli Di… Calibro 35”).

Chi li ha visti una o più volte dal vivo, specialmente negli ultimi mesi – gli sprovveduti provvedano all’istante a colmare la lacuna –, conoscerà già a menadito alcuni brani inediti che, mirabile dictu, suonano davvero come dei rocciosissimi standard. Tale è l’ipercinetico singolo di lancio, “Uh Ah Brrr”, giocato su velocità straordinarie e spettacolari inserti fiatistici (Gabrielli è davvero quello che si definirebbe un musicista d’eccellenza…), con monosillabi ed interiezioni ad intervallare le gragnole strumentali e a costituire ritmica aggiuntiva a sé, in una sorta di parodia d’arte performativa d’altri tempi. Il riff dinamitardo di “Ogni Riferimento A Fatti Accaduti È Puramente Casuale” (ripreso ed anfetaminizzato in conclusione, su “Ogni Riferimento A Persone Esistenti È Puramente Casuale”) sfrutta pienamente la concezione dello “shake” chitarristico così in voga nei Seventies, sposandolo alla perfezione con acuminati rilassamenti lounge e stille di romanticismo cinematografico. C’è ancora qualche elemento distintivo di disunione e debole coesione interna (“Il Pacco” potrebbe essere una personale rilettura funk di “Johnny B. Goode”, e le dissonanze artistiche di “Pioggia E Cemento” sembrano quasi il preludio ad un semplice abbozzo, non rifinito), ma ogni reticenza cade finalmente sulla costruzione ad incastro di “Massacro All'Alba”, mostruoso beat alterato da strati di mistica psichedelia, sudicia insistenza iterativa e devastanti contraccolpi pesanti.

E adesso, alla prova del nove, come se la passeranno quelli della furba operazione commerciale o della band tarantiniana? Ogni riferimento a persone esistite o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, s’intende…

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motek 8/10

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Meo alle 10:05 del 2 febbraio 2012 ha scritto:

Una precisazione: "Passaggi nel tempo" di Morricone fu riusata nel film "The Swap" del 1979 ma originariamente fu composta per il western "Il grande silenzio" del 1968.