V Video

R Recensione

7/10

Calibro 35

S.P.A.C.E.

Potremmo dire, tanto per gradire, che con “S.P.A.C.E.” si consuma lo strappo, storico perché inaspettato, tra i Calibro 35 e il mare magnum iconografico del poliziesco: ma non lo faremo. Con questo stesso metro di giudizio, anche “Traditori Di Tutti” avrebbe dovuto rappresentare la messa al bando della celluloide: e chi potrebbe sostenere a spada tratta una tesi così ridicola, considerando come il disco sia preceduto e seguito da due O.S.T. di tutto rispetto? Potremmo indagare sulle ragioni profonde di un acronimo imperturbabile come le incisioni sulla stele di Rosetta: ma non lo faremo. Anche perché, giusto una manciata di giorni fa, approfittando dell’intervista-live a Babylon, Luca Cavina (Luca, ti voglio bene) ha svelato gli altarini su una ben più suggestiva ipotesi: i puntini tra le lettere servono ad evitare un’omonimia assodata quanto il caffè alle anfetamine di Helenio Herrera e, conseguentemente, citazioni a comparire à gogo. Potremmo dire che Mecca Toe Rag Studios, London, take it all (e intanto Record Kicks si frega le mani): ma non lo faremo. Lo studio aiuta a rinsaldare la coesione di una band, ma non può sostituirsi ai musicisti, alla loro fisicità, all’interazione delle loro idee. In un grande studio si può preparare una grande confezione: e se non c’è il regalo?

Potremmo dire, poi, che il bello – il veramente bello – si nasconde nei pertugi, nelle pieghe: e lo diremo. Da qui la nostra sconfinata ammirazione per “The Haploids” (ogni riferimento a Jerry Sohl esistenti è assolutamente voluto): appena 2:14, perdipiù rintanati nella deluxe edition (tiratina d’orecchi!), che esplodono con la forza di una bomba. È il tempo necessario e sufficiente per scrivere un beat iperscalcagnato inquinato da scorie psych-funk di primissimo ordine, una corrida a perdifiato nell’occhio della Grande macchia rossa di Giove. Avete presente “Shake Balera”? Meglio. Potremmo dire che il tulle spaziale, la sartoria cosmica siano, a tratti, un addobbo estetico ancor prima che una profonda scelta tematica: e lo diremo. Tant’è che “Bandits On Mars”, tolto lo strato di synth tra un ritornello e l’altro, è il perfetto brano à la Calibro 35, groove spaventoso – Cavina e Fabio Rondanini in evidenza sopra tutti – e prelibati incastri strumentali (così com’è prelibato il video girato dai ragazzi di John Snellinberg, che ricambiano il favore della soundtrack del loro “Sogni Di Gloria” con un lavoro sopraffino): e un po’ leziosa, per converso, rischia di suonare “Across 111th Sun”, dove alcune inaspettate aperture armoniche prog sembrano non compensare del tutto l’effetto vetrina solistica. Pur tuttavia potremmo anche dire che il pretesto-concept, se impiegato con intelligenza e maestria, è ben lontano dal ritenersi esaurito: e lo diremo, giacché nel medesimo spazio comune di “S.P.A.C.E.” convivono gli specchi ustori delle chitarre della title track (una delizia bacaloviana da far girare la testa, con un super Enrico Gabrielli ad arrangiare flauti e ottoni), il maliardo trip hop di “A Future We Never Lived” (seducente e pericoloso come la Barbara Bouchet di Di Leo: una vera sorpresa) e la quasi-suite “Universe Of 10 Dimensions” (ritmo incalzante, strati di tastiere dissonanti, mortali agganci tex-mex: risentirci il compianto Riz Ortolani è un attimo).

Potremmo dire, infine, e la diremo, la verità. Che sopra ogni altra cosa, cioè, cominci a serpeggiare la paura: la paura che l’incredibile filotto inanellato dai Calibro 35 possa interrompersi, la magia svaporare. Per una formazione che, con “S.P.A.C.E.”, arriva all’ottavo disco in sette anni (nel conteggio comprendiamo la raccolta di b-side “Rare” e le colonne sonore originali di “Said” e “Sogni Di Gloria”), non sarebbe altro che una semplice reazione fisiologica, un calo umanamente comprensibile, finanche auspicabile. Macché: di tirare il freno non se ne parla proprio. Basta aggiustare qualcosa, riallineare alcuni parametri, allargare lo spettro delle influenze, consolidare progressivamente quanto già ottenuto: that’s it. Tempo e risultati stanno dando loro pienamente ragione. “Ungwana Bay Launch Complex” (James Chance & The Contortions versione Deodato, lussuoso arrangiamento da blaxploitation, pezzo strepitoso), “Serenade For A Satellite” (ottundente kraut-sci-fi), “Something Happened On Planet Earth” (apnea notturna enfiata da spifferi dodecafonici: it’s a library, library world…) e, perché no, “An Asteroid Called Death” (con la dolce chitarra di Massimo Martellotta ad inabissarsi e riemergere in una polifonica texture tastieristica) sono i frutti più gustosi di un disco fantasioso, elaborato e convincente persino negli intermezzi di raccordo (l’ouverture motorik74 Days After Landing”, i soundscapes noise di “Brain Trap”, la micro-sinfonia di “Neptune”).

Potremmo dire che “S.P.A.C.E.” è il miglior disco di sempre dei Calibro 35: ma non lo faremo (“Traditori Di Tutti” è ancora un gradino sopra). A nulla serve distorcere la realtà e moltiplicare le sovrastrutture: “S.P.A.C.E.” è semplicemente (!) l’ideale termometro di un gruppo inaffondabile. Questo sì, al diavolo le responsabilità, l’abbiamo detto!

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.