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R Recensione

6/10

La Batteria

La Batteria

L’ascoltatore parziale e appassionato che sonnecchia ancora in me mi spingerebbe a gettare alle ortiche ogni prudenza e a consigliarvi, di cuore, l’esordio omonimo de La Batteria, quartetto di finti debuttanti (da Otto Ohm all’Orchestra di Piazza Vittorio, da Colle Der Formento ai Fonderia, le esperienze artistiche pregresse dei vari membri si sprecano) con pervicace base a Roma. Lo farebbe in base a svariate, eccellenti ragioni: la devastante rasoiata funk in 7/8 che apre in due “Zero” – incoronata da un ritornello morriconiano per humming femminile –, lo struggente Bacalov dei sudici crepuscoli suburbani nello stornello di “Chimera” (elaborate acustiche, lontani riverberi surf à la Hazlewood, Hammond, cembalo sintetico, saudade da canzone italiana d’altre epoche), l’incalzare al di sopra di ogni sospetto del piano di “Vice Versa” (come Gian Maria Volonté cooptato per The cat o’ nine tales), sax e fisarmonica che tratteggiano storie di vita e malavita sopra i wah di “Incognito”, la borgata romance di “Dilemma”, i Goblin di “Formula” che veleggiano in zona Carpenter prima di cedersi gratuitamente alla band di Riz Ortolani, i due miracoli library di “Scenario” (il groove che mancava a Cinque bambole per la luna d’agosto) e “Scenario 2” (le ampie volute di fumo della spaghetti cinedelia), la chiusura simil-urban (ma con un arrangiamento non meno che lussureggiante per tastiere) di “Persona Non Grata”…

Ecco: avremmo fatto miglior figura a citarle tutte. Se non che, a mente fredda, il mostro dell’obiettività e dell’imparzialità rialza la testa, pronto a colpire: e per colpire colpisce, secco, affilato, come l’azione concordata di una batteria (da intendersi nel senso marginale, secondario, di gruppo misto di criminali). Fra tutte le formazioni che, nell’ultimo decennio, hanno scelto di riesumare il glorioso passato della soundtrack poliziesca e della musica da libreria (un’espressione ormai fissa, stagnante, stereotipata), La Batteria è, forse, quella che suona meglio o, quantomeno, quella che più investe sul versante progressivo della forma canzone: le finezze tecniche, la ricerca vintage del timbro, i frequenti passaggi di stato si differenziano estesamente dalla spartanità de La Band Del Brasiliano, dal crossover per ambienti chiusi e contemporanei di Acusmatic Group e, naturalmente, dalla maestria dei Calibro 35. Il solo elenco appena stilato, peraltro del tutto soggettivo ed incompleto, indica tuttavia manifestamente la cifra della filiazione (i maligni leggeranno subordinazione), temporale e stilistica, dei quattro di Roma. Il fatto che il loro self titled sia uscito nel momento migliore del genere (ovvero, a curare la dietrologia, in quello peggiore, quello dove saturazione ed osmosi parlano la stessa lingua) ne depotenzia fatalmente la carica e l’impatto. Ci si trova a ripensare, allora, al 2008, all’esordio di cover-non cover dei Calibro 35: un platter eccezionale che fu accolto con l’interesse ed il clamore che meritava anche perché, di fatto, ancora unicum. E se “La Batteria” fosse uscito allora, sarebbe stato soggetto a questo giudizio a doppio taglio? Rovesciando gli assunti: e se “Calibro 35” uscisse oggi, continuerebbe a distinguersi o scomparirebbe nella massa?

Domande destinate, fatalmente, a rimanere senza risposta. Il voto che leggete è la sintesi, asciutta e matematica, di gusto e necessità. Voi, se potete, andateveli a vedere dal vivo.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 1 voto.
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Dr.Paul 6,5/10

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