V Video

R Recensione

7/10

Spaceheads

Sun radar EP

Andy Diagram e Richard Harrison sono due giullari inglesi che scherzano con la musica da oltre vent’anni. Con ben nove album all’attivo, sono tornati quest’oggi con un EP stralunato e impertinente che ridicolizza gli anni della Guerra Fredda, quelli della rincorsa all’atomo, con un tocco hippy per niente nostalgico: anzi, se oggi ci fosse una nuova Woodstock, suonerebbe pressappoco così. Gli Spaceheads si sono specializzati nella contaminazione sonora tra tromba, batteria e live electronics; Diagram infatti suona una tromba effettata, spesso in loop, e con l’aiuto di un harmonizer, che gli consente di creare una o più voci di tonalità differente rispetto a quella base, modificando il pitch senza modificare il tempo. Harrison invece è il responsabile della ritmica e ha un gran da fare tra percussioni e batteria, senza tralasciare che, pur di far rumore, utilizza i giocattoli più disparati che gli cadono tra le mani. “Sun radar EP” ha soltanto quattro tracce (la cui durata è identica, tanto per capire la follia che regna sovrana) tanto che a novembre è prevista l’uscita di un nuovo EP e più tardi quella di un terzo.

Cominciamo con “Sun radar”: il pezzo è coinvolgentemente funky, con giochi di accordi elettronici e una base ritmica molto veloce che a un certo punto ricaccia anche una specie di antico bufù. Tra rimandi filologici al Sun Ra di “That’s how I feel” e suoni derivati dai Pere Ubu di “Non-alignment pact”, gli Spaceheads inneggiano qui alla pace mondiale, ma senza prendersi troppo sul serio. Con “Atomic clock” invece parte una sirena da test atomico, quasi fossimo nel deserto del Nevada negli anni Cinquanta, dove un perfetto gioco di FX ricrea la decadente parabola dell’energia atomica, in un’atmosfera sonora livida e spettrale. In terza posizione c’è “Miles to go”, piena zeppa di loop ed echi, un brano che si dedica moderatamente all’ improvvisazione, senza dimenticare quell’ aria scanzonata e frivola che aveva caratterizzato le precedenti canzoni. Infine troviamo “North of the border”, sfacciatamente dilatata, lenta e spalmata su una dolce batteria brush, con una tromba morbidissima; a metà il brano esplode fragorosamente in qualcosa di trionfante, di luminoso ed accecante, come un fungo atomico nel bel mezzo del mare.

Gli Spaceheads li conoscevo molto poco prima di questo EP e sono andato a ritroso a ricercarmi la loro discografia, dimenticata perlopiù, scoprendo gemme di elevata qualità artistica. Questo duo di Manchester, la città dei James, è padrone del mezzo sonoro, l’utilizzo che fa dell’elettronica e del funky è sorprendente, ed ancor più sorprendente è la vena nonsense che li accomuna. Forse hanno ragione loro: questo mondo va preso alla leggera.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.