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R Recensione

7/10

Beastie Boys

Hot Sauce Committee Part 2

Beastie-Beastie-Beastie-Beastie Beastie Boys! Beastie Boys!

Inconfondibili, al grido isterico ed estatico con cui si (auto)annunciavano dal vivo, i tre Peter Pan del rap mondiale sono tornati sani e salvi dall’Isola che non c’è. A circa sette anni dall’ultimo vero album beastie-lineare, To The 5 Boroughs, e a quattro dall’universo parallelo e cripto-cinematico di The Mix Up. Finalmente e per fortuna, aggiungerei. Perché le vicissitudini e le voci che hanno accompagnato la lavorazione, l’assemblaggio e la pubblicazione del nuovo progetto Hot Sauce Committee, incominciavano a farci temere un altro “lost album”. La brutta malattia di Mca, innanzitutto, poi i continui rinvii, i singoli sparsi già pubblicati, remixati, la band, con Mca dimesso dall’ospedale e ristabilito, al lavoro su nuovi pezzi per la nebulosa di un doppio laddove ancora non c’era neanche traccia del primo, la parte 1 che, in uno di quegli abracadabra nonsense che piacciono a loro, diventa improvvisamente la parte 2 pur mantenendo la scaletta immutata ed essendo di fatto il primo dei due (e magari l’unico, chissà) ad essere distribuito. Due anni così. Roba da farti venire voglia di gettare la spugna a capirci qualcosa.

Tutto fumo, a quanto pare, perché ascoltando il nuovo Hot Sauce Committee Pt. 2, si ha la netta sensazione che questa apparente confusione non abbia nemmeno sfiorato il nocciolo del sound del gruppo, anzi che le loro idee non siano mai state così chiare. Quello dei Beastie, dopo essere stati per anni una formidabile carta assorbente, è ormai un microcosmo autosufficiente e votato all’autocitazione, un laboratorio musicale al cui interno c’è tutto quello che serve e che non ha bisogno di orbitare attorno alla scena pop del momento per trovare nuovi stimoli, elaborare nuove soluzioni. La fantasia sbrigliata e goliardica, il sapiente gusto combinatorio fanno il resto, impedendogli di scadere definitivamente nel ridicolo, o, al contrario, di prendersi troppo sul serio. Nello specifico Hot Sauce suona come una sorta di versione aggiornata, 2.0 se così si può dire, di quello che è stato il loro cursus sonico negli anni 90. Di più come una specie di collage sinottico, di compendio delle fasi focali della loro carriera. Come se avessero saltato a piè pari l’ultimo decennio per riprendere da dove avevano, idealmente, interrotto.

C’è il rap-rock strumentale del terzetto originale, il fuzz elettronico e funkedelico di Money Mark Nishita, il taglio modernista ed effettato di Mix Master Mike, il groove compatto e granitico, la varietà negli accostamenti sampleristici, la forma canzone compressa ed efficace. Così se lo stampo anthemico, il crossover sporco e disturbato di “Ok”, “Say It”, “Make Some Noise” e della bombastica “Too Many Rappers” (che registra uno dei loro rari feat, quello di Nas) rimandano al dittico Check Your Head/ Ill Communication, l’impianto vintage e post-disco di “Funky Donkey”, i synth e i bassi tellurici di “Crazy Ass Shit”, devono qualcosa al capolavoro Paul’s Boutique, un effetto nostalgia rincarato pure dall’ottima “Nonstop Disco Powerpack” che sembra diluire i primi De La Soul negli echi robotici di Hello Nasty, col suo dub-funk onirico e rilassato e un flow sincopato, mordace come pochi. Dall’ultimo Beastie degli anni 90 discendono, d’altra parte, l’electro parecchio dark-funk e scolpito di “Long Burn The Fire” e quello glitch e astrattista di “Tadlock’s Glasses”.

In un corpus di canzoni miniate e tirate, intervallate dai soliti sketch surreali e prodotte con grande cura ed abilità, c’è spazio anche per l’antiquariato hardcore di scuola giovanile imparato sui banchi dei Bad Brains, “Lee Majors Come Again”, e per un numero dance affidato alla voce di Santigold, la sensuale “Don’t Play No Game That I Can’t Win”, reggae languido, screziato, e notturno. I Beastie Boys versione come eravamo, o meglio come ce li ricordavamo, intenti a rinverdire il proprio immaginario post hip-hop a beneficio delle nuove generazioni e di chi, da anni, chiedeva di sentirli ancora suonare così. Tutti coloro che si lamentavano perché in To The 5 Boroughs c’era troppa politica e poco flow (e in The Mix Up non ce n’era proprio), si presume, apprezzeranno.

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Voto degli utenti: 6,4/10 in media su 6 voti.
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C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 7 questo disco) alle 21:35 del 12 maggio 2011 ha scritto:

habemus coacci!

oh a me questi non annoiano mai....un bellissimo sussidiario della loro carriera. comunque a me era piaciuto anche the mix up, i cui strumentali erano autentiche bombe ghghghgh

simone coacci, autore, alle 22:15 del 12 maggio 2011 ha scritto:

RE: habemus coacci!

Anche a me, tutto sommato. All'epoca lo premiai con un 7, forse un po' generoso. Ma è gustoso, si ascolta bene. Gull, hai visto il terzo video in basso destra? Un mini-film di 28 minuti (sulla base di "Make Some Noise in versione super-dilatata) che riprende esattamente da dove finiva 25 anni fa quello di "Fight For Your Right To Party". Fa schiantare dal ridere e c'è un cast di comparse stellari: Steve Buscemi, Jack Black, Will Ferrell, Elija Wood (che interpreta Mike D da giovane), Susan Sarandon, Chloe Sevigny e Kirsten Dunst (che fanno le groupie anni 80 tamarrissime), Stanley Tucci...e tanti altri. Un beastie-capolavoro!

galassiagon (ha votato 7 questo disco) alle 13:09 del 15 maggio 2011 ha scritto:

bello ....anche il mixaggio è fiko