R Recensione

9/10

Colle Der Fomento

Anima e Ghiaccio

“...E questo nulla non ci annulerà, in questa nuova era/

Colle der Fomento brucia ogni bandiera/

per necessità...”

Il “Colle” (per gli amici) meriterebbe molto più della considerazione che si deve, per conoscenza o devozione squisitamente personali, ad uno dei più monumentali e rappresentativi archetipi fondanti dell’hip hop ritmato nella lingua che fu del Petrarca: una specie in via d’estinzione, un patrimonio per cui varrebbe la pena ricorrere al patrocinio dell’UNESCO, il capitolo ancora da scrivere in una ipotetica tesi sull’evoluzione letteraria della “romanità” che va dai sonetti del Belli, ai “Racconti Romani” di Alberto Moravia, fino alla nobile arte delle tre strofe in sedici battute, ecco come definirei, piuttosto, il trio capitanato dal Danno (aka Jake La Motta) e dalla Beffa (alias Masito).

Un esordio, Odio Pieno (Irma Records/Virgin), datato 1996, già epocale, una sorta di spartiacque generazionale, una salda boa di sicuro riferimento nei marosi della seconda grande ondata di artisti del rap italico (96-99).

Fu il superamento del pionierismo meccanicistico delle “posse” nel segno dell’attaccamento alle proprie radici culturali e popolari ma anche della rivendicazione di un impegno civile rigoroso declinato secondo lo stile sontuoso e i crudi cut musicali che ammettono in S X M (1994, Century Vox) dei Sangue Misto l’unico capostipite. L’album, da subito, assurge alla statura di un classico, la rotazione delle radio gli sorride al punto da fruttare ai suoi autori una candidatura al PIM quale miglior gruppo emergente che li porta a dividere il palco con gente del livello dei Fugees.

Scienza Doppia H (Virgin), che esce nel 1999, reca con se la consacrazione dei nostri su scala nazionale, grazie anche ai singoli Vita e Il cielo su Roma i cui video acquistano una buona visibilità nelle programmazioni di Mtv e Tmc2. Lungi dal costituire un alibi per il gruppo, il successo ottenuto non si riflette negativamente sulle scelte musicali: i suoni restano immediati e graffianti, le rime aspre e stringenti nella cesura seppure meno focalizzate sull’elemento gergale e dialettale che cadenzava in maniera impagabile il primo capitolo.

Poteva essere l’inizio della fine di un’epoca, il principio del grande salto nel buio di fine millennio che portò molti esponenti della “vecchia scuola” sull’orlo o ben dentro il baratro dello “sputtanamento/sdoganamento” da classifica (vedi Neffa, Articolo 31 ecc.), invece non fu così: alla fine dello stesso anno il mitico Ice One, dj e deus ex machina delle sorti musicali del gruppo, se ne va e i Nostri, discograficamente parlando, si chiudono in un silenzio lungo più di sette anni, sporadicamente interrotto soltanto da una manciata di singoli e collaborazioni.

Ne riemergono giusto ora, forti di un nuovo album, Anima e Ghiaccio (2007, Autoproduzione), orgogliosamente indipendente e autoprodotto, un’opera che nell’imbarazzante vacuità della scena attuale suona apoditticamente nostalgico e innovativo al tempo stesso, addirittura commovente, a tratti, nella sua assoluta pregnanza di identità fra forma e contenuto. Anche in Italia, oggi come oggi il rap è l’affare del secolo, il rock del nuovo millennio, l’effetto post Eminem/8 Miles ha prodotto un’onda sismica di proporzioni devastanti sul mercato musicale, una sorta di “11 settembre” in grado di sbriciolare gli ultimi pregiudizi sull’indotto discografico di questo nuovo genere: scortata dalle major più avvedute, Mtv è stata lesta ad approfittarne e a spremerne finanche l’ultima stilla di originalità, livellandone il gusto alla portata del palato onnivoro e anestetizzato di tanti poveri stronzi bianchi in vena di carnevalate goliardiche in guisa da fuorilegge afroamericani.

...Se l’hip hop è morto rapperò al suo funerale!” provoca il Danno in Benzina sul fuoco e mai epitome fu più inequivocabile riguardo a quanto ho descritto appena sopra. Il “Colle” si chiama fuori dai giochi, dunque, poco interessato alle faide fra scuole e crew, troppo spesso sterili pretesti per dar sfogo alle proprie manie autoincensatorie, disseminate un po’ovunque nell’esigua cronaca del rap peninsulare, eppure, marciando compatto dietro ad uno sparuto manipolo di pezzi d’artiglieria (Benzina sul fuoco, appunto, Ghetto Chic, Più forte delle bombe, Solo amore, Accannace), riesce comunque a delineare la più spietata e destabilizzante delle radiografie sulla desertificazione culturale e morale che sta divorando il nostro paese. Fieramente “antitaliano”, secondo un’autodefinizione che Giorgio Bocca contribuì a sedimentare nell’immaginario collettivo, in un paese in cui tutto sembra cambiare alla rovescia, in cui l’unica rivoluzione in atto, quella dei ricchi, cammina fra gli inchini e gli applausi dei poveri.

Invettive a parte, ascolto dopo ascolto, l’album risveglia sopratutto l’acuta percezione dell’ormai piena maturità e (auto)coscienza raggiunta dal gruppo, e, a dimostrarlo, intercede una doppia trilogia di brani che ne completa l’affresco morale e sociale, prim’ancora che musicale, denudandolo in tutta la sua interezza e complessità.

La prima, che potremmo definire “politica”, è avallata da composizioni quali Sorridi, LaFenice (con la partecipazione dell’immenso Kaos) e Capo di me stesso, brani in cui la lezione dei Public Enemy, superbamente tradotta e adattata alla realtà italiana dagli Assalti Frontali, viene armonizzata dalle eclettiche e genuine doti affabulatorie del “Colle” in una sorta di peana che inneggia alla resistenza civile, che abbraccia il pessimismo della ragione temperandolo però con “quello spirito guerrier ch’entro (...) rugge” e ci spinge a lottare contro tutte le convenienze ed i conformismi. Una seconda trilogia, noir, per così dire, o “intimista” è sublimata nell’epica funerea e capovolta di pezzi come Pioggia sempre, Fratello dove sei e sopratutto RM Confidential: fra “...banchieri e palazzinari/hai pagato per il sole e ti ritrovi i temporali...”, in un città “di preti e di coatti (...)/controllata in cielo da elicotteri e giù da blocchi di/carabinieri e poliziotti...”, una città “...che è ‘na mignotta e ce se fa’ a tutti”, sembra di ascoltare un James Ellroy che scaglia il proprio furore calvinista contro personaggi da “Romanzo Criminale” di un De Cataldo, o meglio ancora, sembra di intravedere l’eclissi di un mondo vitale, fraterno, allegramente animalesco e pre-industriale stillare vitrei riflessi dalle lacrime elegiache de “Le ceneri di Gramsci” di Pier Paolo Pasolini (la cui anima mundi è esplicitamente evocata nel frammento di “Accattone” posto in coda all’intro La Forza...).

Anima e Ghiaccio edifica fin dal titolo una dicotomia istintiva e insanabile fra caldo e freddo, fra tutto ciò che ci sta a cuore e che è dentro ognuno di noi e la pulsione che si cristallizza all’esterno nel livido grigiore della mediocrità: fra valori, idee, sentimenti da una parte e mode, numeri, consuntivi dall’altra. La coerenza e l’attitudine di cui il “Colle” si fa da sempre depositario possono da sole rappresentare, agli occhi di chi ama la musica senza steccati ideologici o preclusione di generi, l’unico ponte di corda in grado di condurci sani e salvi, almeno spiritualmente, oltre i labbri della voragine che si va spalancando sotto di noi.

Chiudo con una menzione speciale per Dj Baro, che da anni ha degnamente rimpiazzato Ice One ai piatti con la sua spettacolare fusione di rock e hard-beat (sorta di pietra filosofale dell’hip hop bianco fin dagli esordi di Run DMC e Beastie Boys) e per Supremo 73, autore di quel gioiello di poesia crepuscolare e neo-realistica che è la terza strofa di RM Confidential.

“...Perchè ho cominciato, non importa dove e quando

Conta mo’ che sto continuando (...)

Zì’ lo faccio pei massicci e pe’ la gente mia non per il mercato

Sul palco finchè non ho finito il fiato

Finchè distrutto non ti avrò lasciato tutto

E ti avrò contagiato...”

V Voti

Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 2 voti.
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