R Recensione

6/10

Grandmaster Flash

The Bridge - Concept Of A Culture

Oggi è un giorno fortunato. Per me e per voi. Perché: non solo grazie ai potenti mezzi di Storia della Musica ho avuto modo di ascoltare in anteprima l’ultimo lavoro di Grandmaster Flash (il primo di pezzi originali dopo ventun’anni!?!), ma finalmente trovo il tempo per esaudire ogni vostra curiosità al riguardo. Ok, vai con le domande, chi comincia? Silenzio. Suvvia non siate timidi, sono ben diciannove canzoni, una parata di primi ministri del flow di oggi e di ieri da Q Tip a KRS One, da Big Daddy Kane a Busta Rhymes passando per Snoop Dog e Supernatural (forse il massimo freestyler dell’evo moderno).

Parole che planano nel vuoto, senza paracadute. Un ponte panoramico su più di trent’anni di musica rap, il compendio di una cultura, lo dice anche il titolo no? E voi ve ne state li con le facce appese come la Carfagna quando ha scoperto che il convegno sulle molestie sessuali era pura teoria. Eh? Quando, dove, come, cosa caz…? Chi ha parlato? Ho sentito male, spero. Cinque minuti a guardarvi le punte delle scarpe e la prima cosa che vi esce di bocca è un manzoniano “Grandmaster Flash, chi era costui?”. I giovani d’oggi, roba da matti, non sapreste distinguere fra Mondo Marcio e Scamarcio. Seee, vabbè, per stavolta chiuderò un occhio (come disse Polifemo, che evidentemente sapeva contare solo le pecore), ma voi aprite bene le orecchie che vi conto una storia… C’era una volta un ragazzo di nome Joseph Saddler che coi suoi genitori si trasferì dall’isola di Barbados agli isolati del South Bronx.

Siamo nella prima metà degli anni settanta e vivere a New York è un casino bestiale, la corruzione nella pubblica amministrazione e nelle forze dell’ordine ha raggiunto livelli intollerabili. Era la regola. O la bustarella o una pallottola nel cranio come Serpico. La crisi economica stava spopolando interi quartieri, ogni giorno un’ industria trasferiva altrove i suoi impianti e perfino i Dodgers erano migrati in California. L’unico mercato fiorente era quello del sesso e della droga (con la coca che rimontava in modo pazzesco sulla marijuana), papponi, prostitute e spacciatori erano i veri padroni della notte. La situazione sembrava così compromessa che quando il municipio chiese a Gerald Ford uno stanziamento federale d’emergenza se lo vide rifiutare su due piedi. Tutto era così sporco, pericoloso, indigente. Ma anche creativo e stimolante. Specialmente di notte: la droga, il sesso e la musica erano i propellenti del nuovo edonismo post warholiano. Pure Joseph, ormai noto ai più col nome di strada di Grandmaster Flash, si dava da fare: inventandosi una discoteca itinerante a cielo aperto, un genere di festa che nessuno aveva mai visto prima e che si sposava a meraviglia con le ristrettezze della recessione.

Ci si dava appuntamento nel parco parco fra la 169ma e Boston Road, si collegava l’impianto ai lampioni dell’illuminazione stradale ed ecco che prendeva vita una nuova forma di raduno musicale, i primi bloc party, le adunate di quartiere che fecero dei dj i pionieri di una nuova cultura (l’ hip hop) e i sacerdoti dell’ultima musica da ballo (la break-dance). Rudimentale, certo, ma terribilmente efficace e contagioso. Tanto che per Flash è il lasciapassare per uscire dal ghetto e recarsi a Manhattan, l’ombelico di tutto, il cuore del clubbing, dove apprende le tecniche del cutting (tagliare i brani battuta per battuta) e del phasing (diminuire o aumentare ad arte i giri di un disco) e altre ne inventa di suo come il collage di break strumentali (antenato del sampling) e il backspinning (l’arte di far ruotare all’indietro il disco per ripeterne intere frasi).

L’esperienza gli valse un locale tutto suo, il Black Door, sempre su Boston Road. Poi la febbre del freak, la disco, le porte del mercato che si spalancano, i primi singoli e la consacrazione: Grandmaster Flash & Furious Five (con gli amici Cowboy, colui che inventò foneticamente la dicitura hip hop con l’intento di prendere in giro un fratello che stava sotto le armi scandendo a passo di marcia “hip,hop, hip, hop, hip,hop”,  Kid Creole e Melle Mel), Superappin’ per la Sugarhill Gang che è come dire Tin Pan Alley per la musica pop o Chess per il rock’n’roll, Freedom, The Adventures Of Grandmaster Flash on the Wheel of Steel (che univa Blondie, Queen e Chic alla musica tribale), fino a The Message, la chiave di volta, la pietra filosofale, la musica da party che incontra la cronaca di strada, il rapping abbraccia la coscienza socio-politica e l’arte oratoria di Scott Heron e dei Last Poets, il Walhalla di Joseph Saddler. E ancora: le battaglie per la supremazia cittadina con altre leggende come Kool Herc, DJ Tex e, soprattutto, Afrika Bambaata (il suo stile geometrico, cartesiano, intellettuale che è l’altra faccia di quello lascivo e freak-glam di Flash), un tour con i Clash, nello sconcerto generale del pubblico, il passaggio alla Elektra, i dischi solisti, l’ultimo On The Strength (col sestetto originale riunito), la morte del suo pupillo Cowboy per overdose e il ritiro discografico a poco più di trent’anni. Una vita intensa, una parabola che è già storia, culminata con l’accesso, primo artista rap di sempre, alla Rock’n’Roll Hall Of Fame nel 2007.

Questo è quanto. Come dite? Il disco? Quale disco? Ah si, il disco, questo disco. The Bridge – Concept Of a Culture, c’è mancato poco che me ne dimenticassi. Beh, che volete che vi dica, è un bigino sufficientemente illustrativo del Flash pensiero, una specie di riepilogo sinottico attraverso gli stili e le voci delle persone che a lui si sono ispirate nel corso di trent’anni di carriera: c’è l’elogio sperticato alla tradizione dei quattro elementi (Here Comes My Dj, in cui si ricongiunge idealmente e fisicamente l’amico/nemico/maestro/rivale Dj Kool Herc, Tribute To The Breakdancer che ospita anche un freestyle di Supernatural, e i graffiti del cuore, quelli del suo blocco, quelli che nessun Rudy Giuliani riuscirà mai a strappare dall’intonaco della memoria di Bronx Bombers), il debole per mcing femminile e l’easy listening da party privè di Those Chix, il genio di Q Tip nella danza del ventre di Shine All Day, il flow grintoso e formicolante di Busta Rhyme in Bounce Back e quello sornione e compassato di Snoop Dog (Swagger), la fierezza oldschool di KRS “ ooh ooh that’s the sound of tha police” One (che uomo meraviglioso, su di lui ci vorrebbe un libro, altro che una parentesi) che in What If rievoca la nascita dell’ hip-hop e ci ricorda tutto quello che ci saremmo persi se gente come Flash non fosse mai esistita.

 

In definitiva: un ritorno più che dignitoso, che soffre di qualche lifting da dancefloor, ma che, complessivamente, non tradisce la ruggine degli anni. L’opera è un eccellente viatico per chi volesse addentrarsi alla scoperta del suo straordinario autore ma, a conti fatti, conta più per chi lo dice che per quello che dice.

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REBBY alle 9:52 del 17 aprile 2009 ha scritto:

Un bellissimo racconto Simone. Sul disco mi sa

(senza i potenti mezzi di SDM) che passo.

loson alle 14:48 del 18 aprile 2009 ha scritto:

Probabilmente anch'io passerò, sul disco. Però il resoconto delle gesta del Grandmaster è splendido, come al solito. A 'sto punto la voglia di riascoltarmi "The Message" è alle stelle...

fabfabfab alle 15:07 del 18 aprile 2009 ha scritto:

Vabbè Simone, lo ascolto io sto disco. Poi dirò la mia. Intanto mi associo ai complimenti.

simone coacci, autore, alle 15:33 del 18 aprile 2009 ha scritto:

RE:

Ah ah, sei un amico Fabiè. No, ma è carino (e caruccio, anche, mi sa), alla fin fine, ballabile con criterio, easy listening ma non privo di classe. Ideale per un aperitivo con le vostre amiche prima di una serata (si spera) movimentata. ihihih

No, grazie a tutti, davvero, per i complimenti.