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R Recensione

7,5/10

Rome Fortune

Jerome Raheem Fortune

Da quando decine di declinazioni hip-hop sono entrate in contatto con il jazz la storia della musica contemporanea ha cambiato volto. Se infatti, fino a qualche decennio fa, esisteva un mondo "bianco" nel quale il jazz (la ECM, le contaminazioni elettroniche nordeuropee, le sperimentazioni nordamericane) ambiva a porre le basi del futuro e l'hip-hop tentava di sfondare il muro del totalitarismo nero (e quasi ci riusciva, grazie a quello splendido prodotto musicale che risponde al nome di Eminem); oggi jazz e hip-hop sono due facce della stessa medaglia, ed entrambe le facce sono rigorosamente nere. Il corso naturale degli eventi non poteva che essere questo, se pensiamo che i due fenomeni - jazz e hip-hop - hanno radici ed origini esclusivamente nere: Africa, blues, New Orleans da una parte; ancora Africa, dub, James Brown dall'altra. E queste due radici, sebbene distanti dal punto di vista cronologico, ancora oggi condividono molti elementi culturali e finiscono per presentare riferimenti comuni transgeografici e transgenerazionali. Esempio chiarificatore ed emblematico, questo ventottenne nato a Philadelphia e residente ad Atlanta, in Georgia. Si chiama Jerome Fortune ma si fa chiamare Rome Fortune, ha una faccia da nero "urbano" che ricorda quella del giovane Gil Scott-Heron ed è salito agli onori della cronaca per due mixtape pubblicati nel 2013 ("Beautiful Pimp") e nel 2014 ("Small VVorld", in collaborazione con Four Tet).

Rome dichiara di essere influenzato da due persone: la prima è DMX, e in particolare quello che Fortune descrive come "il disco che mi ha cambiato la vita", ovvero "Flesh of My Flesh, Blood of My Blood", anno di grazia 1998. Il secondo è suo nonno, che non è un nonno qualsiasi ma è Mr Richard Adderley, jazzista della famiglia Adderley, insieme ai ben più noti Nat e "Cannonball". Jazz in casa e rap sulla strada, queste sono le nuove generazioni afroamericane e questa, verrebbe da dire, è la modernità "black". E nel caso del disco d'esordio di Rome Fortune, il concetto di "modernità" cattura l'ascolto e l'attenzione già sulle prime note di "All The Way", un ibrido tecnologico tra le ultime istanze hip hop (abuso di autotune compreso), le derive melodiche del pop mainstream e le atmosfere spaziali di certa musica elettronica chiamata "trap". Quello che bisogna scovare, tra queste produzioni perfette e questi molteplici riferimenti "futuristici", è il tocco dell'artista, il tratto caratteristico di chi ama creare dettagli. Ad esempio, proprio quando "Love", al minuto 2:25 rischia di trasformarsi in una tamarrata apocalittica (Kanye West lo avrebbe fatto, senza pietà e timore alcuni), Rome si limita ad accennare un cambiamento appena percettibile nel gioco tra battere e levare, tra pieno e vuoto, tra spinta e rinculo. Subito dopo "Blicka Blick" mette in relazione l'elettronica "cerebrale" canonizzata da gente come l'amico Four Tet e il rapping "muscolare" della vecchia scuola. Ma in mezzo c'è un po' di tutto, compreso un sintetizzatore che deraglia quando sembrerebbe il momento di far emergere una melodia. E' spiazzante il filo logico seguito da Fortune, autore di un disco "mainstream" nel linguaggio ma profondamente "deviato" e "imprendible" nella narrazione. E anche la narrazione vera, ovvero i testi, sono autobiografici, descrivono in maniera confusa una certa voglia di rivalsa sociale ed economica, messa in relazione con le promesse e le possibilità provenienti dal genere musicale di riferimento ("Fuck an album placement/ I fought for survival", canta in "Still Fight On"), che è lo stesso genere che gli permette di tirare fuori un potenziale hit come "Dance", grossolano e sofisticato al tempo stesso nel suo lavorare costantemente sui volumi e sui rimbalzi vocali. Ma Jerome sa di non essere un Pharrell qualsiasi e per questo finisce per prediligere (con probabile disappunto della sua etichetta) battute narcotiche ("Heavy as Feathers"), lente movenze pelviche in chiave dubstep ("What Can You Do" dovrebbe chiamarsi "wonky", se la cosa può servire), rimandi al jazz moderno di Robert Glasper ("Past Future", "Find My Way") e gospel notturni come "Alone Tonight", cantati sul tetto di qualche grattacielo, con i polmoni e il cuore gonfi di libertà.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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FrancescoB alle 16:43 del 7 marzo 2016 ha scritto:

Recensione molto interessante per un disco che vorrei recuperare quanto prima, credo proprio sia pane per i miei denti neri

fabfabfab, autore, alle 16:50 del 7 marzo 2016 ha scritto:

I tuoi denti d'oro!

FrancescoB alle 8:49 del 13 marzo 2016 ha scritto:

Dopo i primi ascolti, mi sento di sottoscrivere in toto la recensione, tanto sul piano descrittivo, quanto su quello valutativo.