Frank Ocean
Channel Orange
Mentre mi accingevo a scrivere la recensione di Channel Orange, la pagina bianca chiedeva insistentemente: “E ora da dove si parte?”; poi mi sono detto che poiché tutto il mondo sembra più interessato al personaggio Frank Ocean che alla sua musica, conviene che anche noi paghiamo il più presto possibile il tributo al tanto amato gossip facendo una breve introduzione dell’artista che abbiamo di fronte. Frank Ocean ha 24 anni. È uscito alla ribalta come membro di quella gang di teppistelli omofobi che è l’OFWGKTA, capeggiata dall’odiosissimo Tyler,The Creator. Tentare di trovare un nesso tra Ocean e personaggi del genere è impresa disperata: essi divergono anche sulla prima cosa che dovrebbe accomunarli; Frank Ocean, infatti, fa musica, gli altri no. E poi, vogliamo parlare della bellissima lettera messa in rete prima dell’uscita del disco? in cui Frank confessa, con un candore e una delicatezza inaspettati, che il suo primo amore è stato un ragazzo, diciannovenne come lui (la storia risale a quattro estati fa), incontrato chissà dove e poi mai più ritrovato, ma presente nella memoria come un sostrato imprescindibile della sua sensibilità. In quella lettera c’è davvero tanto del Frank Ocean uomo che ritroviamo in Channel Orange: c’è l’ingenuità di un ragazzo che scopre il mondo femminile trovando un linguaggio diverso dal suo,c’è la comprensione e il senso di fratellanza per gli esseri umani tutti (in fondo, dice Frank, siamo tutti sulla stessa barca), e poi c’è il senso di smarrimento nel mondo, tra viaggi interminabili e frequentissimi (sensazioni che ritroviamo in “Lost”, presente in questo disco), condizione necessaria per chi si trova da un momento all’altro sulla strada del successo. E Frank la sua strada se la sta costruendo con tanti sacrifici: è stato dietro le quinte per tanto tempo, ha scritto canzoni per gente come Beyoncè e Justin Bieber, ma poi finalmente è arrivato il suo momento: prima il mixtape nostalgia, ULTRA, acerbo sì, ma con canzoni incredibili come Novacane, e poi le collaborazioni in Watch The Throne, bellissime, tanto che alla fine è stata lui la vera star in un disco di due colossi in quel momento non a un livello esaltante. Channel Orange arriva dopo tutto questo bagaglio di esperienze fondamentali per l’evoluzione artistica di Ocean, e forse inizia a delineare un profilo definito di una personalità finora un po’ confusa (ma dopo tutto si tratta di quella confusione sentimentale, di quel turbinio di emozioni che perturbano l’animo di ogni ragazzo). Ora possiamo pure passare al disco.
Che l’r’n’b stia vivendo un momento di grazia è innegabile, se non nelle sue manifestazioni più palesemente mainstream, appiattite su standard melensi e vacui, di certo in quelle che mettono d’accordo una buona fetta del grande pubblico e una discreta schiera di estimatori del mondo indie. Qualche esempio? Gli ultimi lavori di The-Dream, brillanti riprese di un suono synth-funk à la Prince, lo splendido Take Care di Drake, ancora fresco nelle orecchie, sorprendente nel suo delineare un affresco sonoro e lirico negativo e depresso; in territorio indie, poi, si è fatto un gran parlare di The Weeknd, che se non ha convinto (almeno il sottoscritto) sulla lunga distanza, ha dimostrato di avere nella manica assi niente male. E non dimentichiamoci sul versante femminile di un colosso come The ArchAndroid. Le premesse di un disco come Channel Orange somigliano in certo qual modo a quelle che fecero da preludio al capolavoro di D’Angelo, Voodoo (2000): allora il new soul era il suono del futuro, la produzione di Timbaland gettava scenari illuminanti per molti, e D’Angelo si inserì in questo contesto così fertile realizzando un disco che suonava al tempo stesso avanti rispetto a tutto eppure come slegato dalla contemporaneità. Il suono era scomposto e sperimentale come poteva esserlo quello di una base di Timbaland, ma esso era ricavato da una strumentazione effettiva, dall’errore umano, tanto da risultare a tratti sporco, ostico, e profondamente sperimentale. Channel Orange è un disco strano: strano perché probabilmente rappresenta l’innalzamento dell’asticella, setta lo standard attuale dell’r’n’b, diventerà un disco indispensabile a cui fare riferimento, eppure suona come se Frank Ocean non avesse acceso la radio negli ultimi dieci anni.
Tralasciando la validità commerciale di sganciare come primo singolo un pezzo di 10 minuti complesso e mutageno come Pyramids, operazione che anche un Kanye West ha compiuto con Runaway (pezzo che tra l’altro condivide notevoli somiglianze con la canzone di Ocean), qui sono proprio le composizioni a rivelare uno spirito spiccatamente vintage e quasi anacronistico. Pezzi come Sierra Leone e Pilot Jones, così eterei, così stratificati tanto da ricordare la Flyin’ High di Marvin Gaye, sono impensabili per la quasi totalità degli artisti r’n’b attuali. Dimenticate i sample grossolani di nostalgia, Ultra. Channel Orange è un disco suonato. Divinamente. Le orchestre di Bad Religion s innalzano e ridiscendono seguendo il flusso delle emozioni; il risultato? Da brividi. La voce di Ocean, bellissima, fragile, che sembra spezzarsi da un momento all’altro, colpisce in modo diretto, come una confessione a cuore aperto (scenario creato dal testo stesso della canzone, un doloroso sfogo personale rivolto al silenzioso e comprensivo taxi driver). Sweet Life, spudoratamente wonderiana, scivola leggiadra su una linea di basso vorticosa e su poche frasi di chitarra dal sapore esotico (ottimo lavoro alla produzione di Pharrell) per poi deflagrare in un chorus vitale sostenuto da una magnifica sezione di fiati. Super Rich Kids, dal canto suo, fantastica sui sogni e le problematiche della gioventù insistendo su un elegante quanto ossessivo stomp pianistico (azzeccata la ripresa, all’interno del brano, di “Real Love” di Mary J Blige, che qui suona profondamente personalizzata). Il brio che può derivare dalla raffinatezza e dalla giocosità melodica di “Lost” o dai controtempi jazzati di “Monks” (quasi una “1 Thing” riaggiornata al 2012) è controbilanciato dalla sofferenza meditativa di una canzone incredibile come “Pink Matter”, evanescente, sofferta, per metà quasi brano a cappella, e poi sinuosa jam pych-rock su cui si inserisce una bellissima parte rappata firmata Andrè 3000. Crack Rock, forse il brano più oscuro, indaga sul degrado causato dalla dipendenza dal crack su un incededere drum’n’bass irresistibile.
Ancora due parole su Pyramids: essa funge chiaramente da punto centrale e focale di tutto l’album, comprendendo al suo interno un po’ tutti i diversi stili affrontati altrove; vero e proprio capolavoro, la canzone si divide tra parti synth-funk con chitarra steel, ballad r’n’b romantica con deliziosi cori in Autotune, sezioni strumentali dal sapore psichedelico, con parti vocali che cambiano in continuazione il proprio baricentro melodico.
L’analisi mirata dei singoli brani non rende comunque l’idea della grandezza dell’operazione musicale compiuta in Channel Orange. È un album che non vale la somma delle sue parti, va ascoltato e giudicato nel complesso, riconoscendo anche la funzione dei vari interludi: in un disco così spumeggiante e variegato, gli intermezzi costituiti ora da suoni 8-bit e sigle da Playstation, ora da abbozzi incompleti di canzoni, ora da dialoghi stradali sul valore del denaro, fungono sia da cornice ambientale in cui situare l’album, sia da ripescaggio di una dimensione psicologica che Ocean tenta di recuperare: i giochi, la strada, i divertissment infantili.
I testi rivelano poi un’introspezione di rara finezza; citiamo giusto alcuni versi per comprendere la levatura interiore di Ocean: la meditazione di Pink Matter esplora i lati nascosti dell’incoscio (What do you think my brain is made for? Is it just a container for the mind?); Bad Religion si interroga sul senso delle religioni e del loro rapporto con il suo io tormentato da un amore represso (If it brings me to my knees, its’ a bad religion. This unrequited love to me it’s nothing but a one man cult); la dipendenza dalla droga è un altro tema spesso esplorato, ma è Pilot Jones a sintetizzare tutto secondo uno spirito che ancora ricorda Flyin’ High (In the sky above the birds, I saw the sky like I never seen bifore you).
Insomma, Channel Orange è il coming of age di Frank Ocean, il disco che non solo lo porta sull’Olimpo della scena r’n’b, ma che apre prospettive grandiose anche sul suo futuro, che è appena cominciato.
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