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R Recensione

7/10

Rihanna

Unapologetic

Al di là di risibili (pre)giudizi circa la puntualità novembrina con cui Rihanna sforna nuovi album (sette in sette anni, in un'escalation che dal 2005 l'ha portata a collezionare ben 12 numeri 1 in classifica Billboard) e del chiacchieratissimo ritorno di fiamma con l'ex Chris Brown (polverone mediatico che lei stessa ha alimentato, ora affrontato di petto in una song come Nobody Business), il dato non trascurabile è che qui abbiamo prima di tutto un disco. Un buon disco, a dirla tutta. Forse il suo album con meno difetti, assieme a Good Girl Gone Bad. Ciò non significa che Unapologetic (Def Jam, 2012) sia perfetto, piuttosto un'opera capace di farsi ascoltare dall'inizio alla fine con piacere, laddove con gli altri album – quantunque prodighi di grandi canzoni pop, come d'altronde quest'ultimo - pigiare a ripetizione il tasto skip è quasi un dovere morale.

La prima cosa che salta all'orecchio è l'eccentricità del materiale: i beats sono generalmente lenti, subdoli, molto hip-hop e dubstepposi (quello di Jump su tutti, al 100% made in UK, ma trattasi di una matrice che informa Unapologetic nel suo complesso); le concessioni al dancefloor “raw & naked” ovviamente ci stanno ma non sono poi tantissime, e ancora meno le copule con l'eurodance (tipo Right Now con David Guetta, incredibilmente non così sciatta come era logico aspettarsi, anzi piuttosto accattivante). Il mood è riflessivo, triste ma non piagnucoloso, maudit ma con stile, a differenza di quanto accadeva sul pomposo Rated R, dove Rihanna sparava le sue cartucce migliori all'inizio per poi crogiolarsi in una “trasgressione” fin troppo sonnolenta.

Il primo singolo Diamonds è indicativo – ma non troppo – di quanto accade nel disco: un impianto da ballad romanticosa/barocca innervato di archi e maestosi pattern ritmici, influenzato indubitabilmente da Lana Del Rey (come pure la pianistica Stay, meno riuscita) ma ben adattato al corpo/voce di Rihanna da StarGate, uno che ormai è più di una certezza. Ed è giusto l'espediente ritmico + ritornello dubstep pachidermico a consentire a What Now di aggirare l'ostacolo “oddio, ecco la solita ballatona piagnona & pucci pucci” col quale ci si scontra puntualmente in ogni album della Nostra. Nobody Business, prodotta da The-Dream in uno stile per lui inedito, è il capolavoro che teletrasporta al passaggio di testimone fra '80s e '90s, condensando umori urban e solletico dance: ecco la lezione di una Jody Watley, finalmente presa a modello per un gioiello targato 2012 in tutto e per tutto. Loveeee Song e Power It Up, invece, aggiornano l'estetica produttiva proprio in stile The Dream che tante belle cose aveva generato a suo tempo, e se la prima si risolve in soffice/desolata elegia amorosa degna di Drake, la seconda opta per uno stile più paranoico, irresistibile rarefazione electro.

Altro aspetto meritevole di analisi: in molte canzoni la transizione – intesa sia come passaggio “emotivo” per l'ascoltatore sia come dato formale - fra versi e chorus si assottiglia sino a scomparire, sino a prosciugarsi in un flusso di coscienza che è dilatazione/manipolazione di un unico tema sottoposto a infinitesimali variazioni, per di più sostenuto da arrangiamenti minimali. Penso a Get It Over With (Brian Kennedy a produrre, forse il suo migliore contributo a un disco di Rihanna dai tempi di Disturbia) e al suo tappeto di archi sintetici e cori in multitraccia: impalpabile, dreamy, non ha punti d'appoggio nella ritmica che infatti è curiosamente in sordina, quasi un fremito sottopelle che si ripete ciclicamente. Identico smarrimento si prova al cospetto del dub vagamente caraibico No Love Allowed: praticamente non c'è beat, sono solo basso e tastierine in levare a iniettare una parvenza di movimento; il che è quasi assurdo e parimenti spiazzante, giacchè l'intero processo di “lievitazione” o – definizione altamente opinabile - “movimento ascensionale in apparente modalità sospensiva”, che il dub garantisce agendo sul versante degli effetti sonori di studio, qui prescinde del tutto da una delle sue componenti fondamentali. Intendiamoci: il brano in sé è deboluccio, ma le scelte sonore sono davvero insolite e, a ben vedere, interessanti.

Ma mai interessanti quanto le prodezze (qui il termine non è usato a sproposito) ammirate in due brani che, dell'intero disco, sono forse i vertici insuperati. Da una parte Love Without Tragedy-Mother Mary, sette minuti di crescendo emotivo/vocale ove si percorre, con sublime senso di rassegnazione (“Cause even forever ain't forever/ I swear by the moment/ I'm prepared to die in the moment”), sul tracciato dettato da cassa ovattata, chitarra in chorus e synth imperiosi. Dall'altra, l'avant-r&b di Numb, mosaico di dissolvenze incrociate (il miraggio “four on the floor” che appare a intermittenza e si mescola al tempo raddoppiato del beat primario, gelidamente trip-hop), delirio estatico e drogato, maelstrom di flash accecanti, rituale scandito dalle vocali infinite di Rihanna e dall'intrusione di un Eminem in formissima.

Questo per quanto riguarda il nuovo album. Lei, Rihanna, non ha certo bisogno di ulteriori disamine. Adesso tuonano le pernacchie di tutti gli scettici “indie-qualcosa”, come di chiunque – specie se attempato trombone – si professi amante della Vera Musica. Aspettate soltanto qualche anno, vi dico. Aspettate l'arrivo dell'inevitabile “Best Of” - e ci si augura sia corposo, vista la mole di singoli e altre prelibatezze che la barbadiana ha disseminato lungo il percorso. Aspettatelo e vedrete se non ci si troverà di fronte a qualcosa che definisce e cristallizza la dance-pop mainstream della nostra epoca, esattamente come la Immaculate Colection fece per Ms. Ciccone un paio di decenni fa, oltre ad averle fornito il biglietto d'entrata per le grazie del popolo indie. Vedrete se, col tempo, non accadrà lo stesso a Rihanna: sdoganamenti a destra e a manca, tardivi effluvi verbali su quanto intimamente '00s fosse la sua proposta musicale, eccetera eccetera. Già, varrebbe la pena arrivarci vivi, a quel momento, soltanto per farsi due risate e gongolare in santa pace. Per ora, basti dire che Unapologetic è davvero l'opera più strana, personale e malinconica che RiRi e il suo team abbiano concepito finora.

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Voto degli utenti: 4,8/10 in media su 13 voti.
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gramsci 6,5/10
zebra 4/10
FCA1739 0,5/10

C Commenti

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Filippo Maradei (ha votato 7 questo disco) alle 14:04 del primo dicembre 2012 ha scritto:

Sì sì e ancora sì: il miglior album di Rihanna, non ho dubbi in merito. Ci sono idee, basi, un ottimo lavoro sulle voci, c'è varietà, ma soprattutto c'è la DANCEFLOOR! Abbandonate finalmente certe flessioni pop, Chris Martin e mosciume vario, Rihanna si riprende la pista correndo in perfetto equilibrio tra r'n'b ad alto pathos stilistico (Drake c'è, rime frastagliate comprese) e dance winking dub. L'esperimento - che tale non è, ma la vera natura di Rihanna - è più che riuscito. "Pour It Up" e "Diamonds", seppur affogando la scrittura nella melodia e osando poco a conti fatti, convincono perché inesauribili all'ascolto e pressoché perfette in modi e tempi; poi ci si diverte, ed è giostra senza fine (da "Lost In Paradise", con quel giro dub pienamente kitsch e troppo azzeccato, a "Loveeeeeeee Song", la cui base sottile è Drake ora e sempre e il cantato distorto cosa assai gradita, a "Jump" e "Right Now" a garantire la giusta dose di divertimento). E poi quei quattro capolavori che non ti aspetti: "Get Over With", con quell'assenza di ritornelli quasi surreale, mentre mantiene basse le quote e minimalmente strugge; "Love Without Tragedy/Mother Mary" e quel suo giro rubato con gusto e furbizia ai Police; "What Now" che trasfigura l'idea di una ipotetica ballataccia in un hard-groove potentissimo e molto coinvolgente; e infine "Numb", gioiello r'n'b, allucinazione mistica, manifesto di controtempi e controrime, esoterismo erotico. Su Matteo mi pronuncio poco, rischierei un'adulazione che preferisco evitare: dico solo che per scrivere questo commento ho dovuto tenere aperta una pagina di google sul dizionario online dei sinonimi: ogni interpretazione, ogni parola-chiave, ogni aggettivo usato nella recensione era praticamente perfetto. Mi è toccato arrangiarmi!

Lezabeth Scott alle 13:40 del 2 dicembre 2012 ha scritto:

è disgustosamente bella, questo non si può negare...

bill_carson (ha votato 5,5 questo disco) alle 15:22 del 2 dicembre 2012 ha scritto:

meglio l'ultimo kesha

bill_carson (ha votato 5,5 questo disco) alle 15:22 del 2 dicembre 2012 ha scritto:

meglio l'ultimo kesha

loson, autore, alle 16:27 del 2 dicembre 2012 ha scritto:

"Warrior" è carina, l'album lo ascolterò a breve. Il precedente "Animal" era bellissimo e contreneva il singolo-mancato per eccellenza del 2010:

loson, autore, alle 18:00 del 2 dicembre 2012 ha scritto:

Intendevo "Die Young" non "Warrior"...

swansong alle 15:24 del 3 dicembre 2012 ha scritto:

Perdonatemi, ma voglio limitarmi ad un commento strettamente musicale..che gran gnocca!

bill_carson (ha votato 5,5 questo disco) alle 17:03 del 4 dicembre 2012 ha scritto:

bella come ce ne sono tante

bill_carson (ha votato 5,5 questo disco) alle 17:03 del 4 dicembre 2012 ha scritto:

rihanna intendo

nebraska82 (ha votato 6 questo disco) alle 14:13 del 5 dicembre 2012 ha scritto:

In effetti non è tanto più bella di altre, però ha un fascino alieno che non mi so spiegare...musicalmente le sue canzoni quando passano in radio si lasciano ascoltare con piacere.

swansong alle 15:44 del 5 dicembre 2012 ha scritto:

Scusate..ma in quella copertina, nera e con gli occhi azzuri..no dico,,per me è qualcosa di..non sò..stupenda! Dopo i gusti son gusti..l'aspetto prettamente musicale lo lascio ad altri!

Lezabeth Scott alle 16:31 del 5 dicembre 2012 ha scritto:

Concordo. Al netto di photoshop e trucchi vari, direi che "stupenda" è un aggettivo che non va molto distante dalla realtà.

fgodzilla (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:42 del 9 gennaio 2013 ha scritto:

lei e' una gnocca interstellare oltre il 10 di voto ma il disco x me e' da 7,5 tutto

moonwave99 alle 2:12 del 17 marzo 2013 ha scritto:

Pardon ma de che stamo a parla'? Con tutto il rispetto per la signorina [fregna quanto vi pare], qui si parla di musica priva di ispirazione [a giudicare tai testi quantomeno], scritta e prodotta a tavolino, con l'unico intento di far intrattenimento; tale fine è rispettabilissimo e dignitoso, ma ben lontano dal mio concetto di arte. Spettacolo per spettacolo, mi tengo Messi!

Cas alle 11:17 del 17 marzo 2013 ha scritto:

tutta la musica pop è prodotta per fare intrattenimento

moonwave99 alle 13:25 del 21 marzo 2013 ha scritto:

Con tutta probabilita', tutta la musica e' prodotta in certa misura per fare intrattenimento : )) - Quando esso diventa pressoche' *l'unico* fine, secondo me si diventa altro. Apprezzabile, dignitoso, degno anche di memoria nel proprio ambito, ma lontano dalla mia concezione di espressione artistica [che nessuno vuole imporre a terzi, ci mancherebbe]. TL;DR - se mi piacessero le canzoni tout-court probabilmente non me ne sbatterebbe niente e l'ascolterei

simone coacci alle 12:01 del 17 marzo 2013 ha scritto:

Si sembra un po' Adorno quando diceva che la musica jazz era una roba "povera, monotona, ripetitiva" e non aveva nulla a che fare con il concetto di arte.