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R Recensione

7,5/10

Willie Peyote

Sindrome di Toret

Torna con il quarto disco uno dei rapper più originali del panorama nazionale, il torinese Willie Peyote. Messo alle spalle il successo del precedente Educazione Sabauda,  con questo suo nuovo lavoro compie un passo avanti verso la creazione di uno stile personale e riconoscibile, che si discosta nettamente dal modello oggi prevalente nella nuova scena rap tricolore (Sfera, Ghali, Tedua, Rkomi), senza però neanche rincorrerne il lato più commercialmente affermato (Fabri Fibra, Fedez, Guè Pequeno, Marracash). Uno stile, il suo, in cui prevale la musica suonata, scelta evidenziata dall’aver voluto registrare il disco praticamente live in studio con la band, con influenze che vanno dal soul al funky. E anche per la scrittura dei testi Willie Peyote è lontanissimo dai suoi colleghi, restando fedele a quanto dichiarato nel disco precedente, cioè il suo essere a metà strada tra rap e canzone d'autore (non sarà un caso se lui, rapper, ha vinto la seconda edizione del concorso per cantautori Genova per Voi). E se allora citava apertamente Francesco Guccini, qui viene tirato in ballo Giorgio Gaber e la sua La Libertà in Metti che domani, su una base che pompa ritmi funky dance e un ritornello che occhieggia al pop. Notevole l’apporto della band che l’accompagna, capace di passare in rassegna con competenza stili e suoni di provenienza diversa, dal funky soul de Il gioco delle parti al soul dance di Donna bisestile, dalla ritmica tendente ancora al funky de I Cani alle splendide Le chiavi in borsa e Vendesi, dove spiccano la sezione ritmica e i fiati, grazie anche all’apporto della tromba di Roy Paci, nei cui studi il disco è stato registrato. In Ottima Scusa, un soul frizzante con i fiati in evidenza, riesce a parlare d'amore con un linguaggio originale, mentre Giusto la metà di me, un lento che parte con piano e voce ed un grande flow, è quasi un esercizio di autoanalisi, mentre la ritmica accelera e la band gira a mille.

Il vero punto di forza di Willie Peyote sono ancora una volta i testi, chiari e precisi nell’indicare le debolezze dell’uomo contemporaneo, almeno di alcuni esemplari della specie umana. Quelli descritti in Avanvera, un’accusa senza compromessi verso un popolo che vive sui social media e si crede di essere Alberto Angela ma non conosce nemmeno la grammatica, fatto in gran parte dai qualunquisti così bene tratteggiati in C'hai ragione Tu, mentre in Portapalazzo se la prende con chi “mentire l'ha reso un mestiere”. Pochi rapper oggi in Italia sono in grado di usare la lingua italiana con pari proprietà e ricercatezza (forse solo Caparezza e Frankie Hi NRG). Importanza dei testi e ricercatezza del linguaggio, elementi che hanno spesso fatto accostare Willie Peyote alla canzone d’autore, ma la sua appartenenza alla storia del rap è evidente, e ancora una volta viene rivendicata in Vilipendio, dove sottolinea anche il suo essere diverso da tutti gli altri.

Fuori da tutte le mode, comprese quelle del rap, Willie Peyote si conferma uno degli esponenti più originali del genere, in un periodo in cui i nuovi rapper sono "tutti così uguali che oramai neanche capisco, Se è una playlist di Spotify o il tuo nuovo disco".

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