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7/10

La Morte

La Morte

 

- Io sono venuto per voi, per portarvi via, è questo è il mio scopo. Io sono… la Morte.

- Be' questo rattrista un poco la serata, non trovate?”

 

In realtà c'è poco da scherzare. Il lavoro di Riccardo Gamondi (Uochi Toki) e Giovanni Succi (Bachi da Pietra) è serissimo ed ha -come è facile da intuire- come protagonista la morte. Il percorso intrapreso dal duo listato, per l'occasione, a lutto è quantomai definito e crudo: la morte è intesa nella sua fisicità, vista come disfacimento da un lato, come terrore che opprime i vivi dall'altro. Una riflessione che, nonostante faccia uso di una sequenza disgiunta -per autori, epoche e stili- di brani letterari, riesce a dar vita (ehm...) ad un tutto unico, compatto. Un cupo frattale dove dominano il timbro gutturale di Succi e l'elettronica crepuscolare di Gamondi, per un risultato espressionista di grande effetto.

 

L'elenco di autori è vario e per niente scontato. Iniziamo (in quanto episodio tra i più validi del lotto) con “Sì como la morte face a lo corpo umanato” di Jacopone da Todi, spietato ammonimento a rifuggere il peccato, che imbruttisce l'anima così come i vermi fanno con le spoglie mortali: la lauda duecentesca è proposta in tutta la sua forza orrorifica non solo grazie all'interpretazione da pelle d'oca di Succi, ma anche all'ottima resa elettronica, che crea una base ansiogena fatta di cigolii industrial-glitch solcati da strascichi spettrali di violoncello, rievocando a tratti gli esperimenti di Alva Noto e Blixa Bargeld (Mimikry, 2010). Sempre da Laude ecco che con “Quando t'alegri omo d'altura” si consolida una formula vincente, capace di mettere al servizio di un remoto passato una contemporaneità in grado di riprodurne al meglio la forza comunicativa. Il sussurro dell'interprete (che muta infine in un ruggito) si unisce al sibilo degli archi (registrati per l'occasione nella cappella di un cimitero), che rendono il brano ancora più sinistro col loro aleggiare solforoso.

 

Un capitolo a parte andrebbe aperto sull'eccellente uso dei campionamenti. Lo scopo è pienamente scenografico: si approfondiscono i chiaro-scuri, si infittisce la tensione, si creano adeguati argini per direzionare il flusso di evocatività desiderato. Si prendano gli interventi sul passo dei “Promessi sposi” (capitolo XXXIII), così efficaci nell'accompagnare con costante tensione sonica la consapevolezza di Don Rodrigo, o ancora la cupissima effettistica che abbraccia il Sartre de “Il Muro”, o ancora il funzionalismo espressivo messo a disposizione de “La Morte di Ivan Il'ic”. Si prosegue con altrettanto valide interpretazioni di brani di Italo Calvino (“Palomar, come imparare ad essere morto”), Giorgio Manganelli (davvero disturbante e originale la resa del già disturbante e originale passaggio de “Dall'Inferno”) e David Foster Wallace (“Il re pallido”), mettendo alla prova una tavolozza dei colori monocromatica ma capace di far leva su una gamma di sfumature per niente piatta.

 

Un lavoro per pochi (come confermano le 300 copie in vinile disponibili), che unisce culto del macabro, ambientazioni gotiche, sperimentazione sonora e tributo letterario. Da prendere sul serio? Certamente. Senza perderci troppo d'animo però: la vita va avanti.

 

"- Che effetto fa essere morti?

- Hai presente il pollo al ristorante di Tretskij? Beh, è peggio!".

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bargeld alle 11:20 del 3 novembre 2012 ha scritto:

Questi progetti concettuali (e spesso estemporanei) hanno su di me un fascino magnetico incredibilmente potente. Sto seguendo anch'io le vicissitudini sulla genesi di questo lavoro da quando cominciò a essere concepito. Adesso ascolto bene e poi voto (la tentazione di prendere il vinile, in edizione limitata e non troppo economica, ma praticamente fatto a mano, è fortissima. Il timore è semmai per i miei vicini). Grazie Matteo per averlo recensito così prontamente (e con questa maestria, ça va sans dire)!