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R Recensione

7/10

Elbow

Build A Rocket Boys!

Artefici di alcune delle pagine più ispirate del panorama brit del nuovo millennio, gli Elbow tornano ora con un nuovo disco, a distanza di tre anni da quel "Seldom Seen Kid" capace - come mai prima nella loro carriera - di ottenere ampi consensi sia di pubblico (disco di platino in U.K., tournée con molti sold out sia, appunto, nel Regno Unito che negli States, in quest’ultimo caso di spalla ai Coldplay) che di critica (Mercury Prize nel 2008, Brit Award e Ivor Novello Award nel 2009). "Build A Rocket Boys!", prodotto dagli stessi Elbow presso il Blueprint Studios di Manchester, mette sul piatto – come d’abitudine –strutture particolarmente reiterate – tratto caratteristico della band – in cui agiscono raffinati e creativi intrecci strumentali (mai virtuosi) ed aperture melodiche rarefatte. Ciò, in buona sostanza, rappresenta il palcoscenico ideale per gli apporti poetici e profondamente nostalgici di Guy Garvey.

Nel caso specifico, "Build A Rocket Boys!" si snoda (se si vuole, in maniera moderatamente maggiore rispetto al passato) nel contrasto tra attitudine intimistica ed enfatizzazione di pulsioni epiche, quest’ultime incanalate, nel loro "apice", in soluzioni orchestrali squisitamente votate per la dimensione live. Variando poco nella forma, il sound degli Elbow è ancora una volta alimentato da influssi progressive rock (Soft Cell, Genesis) ma con tendenza al lavoro di sottrazione (ad esempio, arrangiamenti ricchi ma dall’ossatura scarna; eliminazione dei solo, come da "tradizione"), atmosfere evocative (Talk Talk), buone dosi d’immediatezza rock-pop di matrice brit (Radiohead, Coldplay, Doves), dedizione per le rifiniture e per i minimi dettagli strumentali (Peter Gabriel ad esempio, anche per gli – sporadici rispetto al passato - innesti world).

Il disco, con The Birds, parte decisamente col botto: lo spigoloso e sobbalzante loop di basso eseguito da Turner e la metrica garbatamente "sostenuta" del pezzo, fungono da trampolino di lancio per il volteggio irrequieto e inebriante delle tastiere di Craig Potter; il brano spicca, successivamente, per la perfetta sintonia (e sincronia) tra il maestoso crescendo orchestrale degli archi ed il cantato di Garvey, sospinto con forza e meraviglia dal suo inconfondibile (ed emotivo) timbro regale e, insieme, moderatamente astenico. Menzione anche per i versi del brano, davvero poetici: "Did they sing a million blessings, as they watched us slowly part? Do they keep those final kisses, in their tiny racing hearts". La successiva Lippy Kids cattura - efficacemente -il cruciale passaggio "evolutivo" dall’infanzia all’adolescenza ("Do they know those days are golden?") e lo libera dalla demonizzazione adulta, lasciando che Garvey dia respiro ai suoi lamenti malinconici, ponendo – idealmente - in standby il tempo. Si tratta, a parere di chi scrive, di un vero gioiello, nel quale lo sporadico fischiettare - colmo di innocente spensieratezza - e la breve variazione pianistica in coda, paiono impronte dalla forte identità simbolica, davvero senza tempo.

La prescindibile With Love (nella quale, il mandolino iniziale e l'hand-clapping successivo, si ricongiungono nel ritornello, posizionandosi come contraltare rispetto al coro pacato della Hallè Youth Choir) lascia il posto a Neat Little Rows, primo singolo di "Build A Rocket Boys!". Il pezzo, mette in mostra un groove di notevole impatto, smosso da un basso impetuoso, desertico e da percussioni vibranti; qui, un cantato lievemente distorto, viene arricchito dallo scintillante apporto delle tastiere e dal buon lavoro percussivo sul fluire del ritornello. Non la nuova Ground for Divorce, ma comunque un pezzo che si lascia ascoltare. La languida Jesus is a Rochdale Girl, eseguita in acustico e animata da preziosi contrappunti di pianoforte, si muove con fare sobrio e terso tra i "travestimenti" di riesumazioni mnestiche (adolescenziali) di Garvey: il brano è stato il primo composto per il nuovo album e rappresenta per chi scrive la punta di diamante del disco. La ballata - dal robusto sapore melodrammatico - The Night Will Always Win risulta un po’ troppo pianificata in direzione di una certa drammaticità; il perpetuo e latente tratto epico, fuoriesce dall’assetto minimale del brano, in circoscritti ma intensi (e fastidiosi?) "sbuffi". La creativa - sebbene tendente ad una prolissità eccessiva - stratificazione di High Ideals si dispiega in una struttura prog possente (benché tutt’altro che densa) a forti tinte art; discreto, qui, il binomio tra l’imperturbabile loop di basso e gli inserti – dall’andatura molto passionale - del pianoforte. High Ideals è, ad ogni modo, una composizione che si dimostra poco longeva con il passare degli ascolti. Tra l’elegia per piano dell’onirica The River (la loro Pyramid Song?) ed il reprise di The Birds - toccante proseguo della opening track, cantata per l’occasione da John Mosley ("We wanted a man with a sweet but frail voice, and John got the job", da un articolo del Guardian di fine 2010) - l’urgenza epica prende estrema forma in Open Arms: brano magniloquente ("We got open arms for broken hearts, like yours my boy, come home again") il quale è messo in scena con un assetto orchestrale particolarmente tronfio e pittoresco e da cori (eseguiti sempre dalla Hallé Youth Choir) squisitamente da "stadio" (come in passato, non è una novità: sentire, ad esempio, la coda di Grace Under Pressure). Open Arms è un brano in cui l’emozione non va ricercata, perché già "confezionata" e pronta all’uso, proprio come in One day like This (o Grace Under Pressure, a piacere): qui, però, siamo su ben altri livelli qualitativi, ed il tutto risulta troppo "plasticoso", difficilmente digeribile. In coda al disco, come nella precedente release, il tema dell’ultimo episodio è l’amicizia (Friend of Ours, dedicata alla memoria di Bryan Glancy): in Dear Friends si celebra, splendidamente, la continuità mentale ("You are here, in my head, in my heart") di rapporti che, al di là di ogni limite spazio/temporale, permangono e vivono nel ricordo, e nell’affetto di ognuno.

Nel complesso, "Build A Rocket Boys!" è un disco che, se posto a confronto con il precedente "Seldom Seen Kid", ne esce, se non sconfitto, quantomeno minimizzato, rischiando di apparire come il primo lascito "minore" della loro discografia. Lontano dall’estro e dalle pretese di complessità di "Cast of Thousands" e "Asleep in the Back", e caratterizzato, in alcuni casi, da una minore intensità e urgenza lirica, il lavoro ci consegna, fortunatamente, ancora molto di cui emozionarci, specialmente dove a "vincere" sono i tratti più intimi (Lippy Kids, Jesus is a Rochdale Girl, The River, Dear Friends) e meno epici delle composizioni.

V Voti

Voto degli utenti: 6,1/10 in media su 9 voti.
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Teo 7/10
target 6/10
4AS 5/10
REBBY 6/10

C Commenti

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skyreader (ha votato 5 questo disco) alle 16:09 del 11 aprile 2011 ha scritto:

Un Album Minore?

Veramente eccellente la disamina di Mauro: a lui i miei complimenti per l'attenta analisi a cuore aperto dell'album. Ho amato gli Elbow, dal loro folorante debutto (per certi versi resta ancora una vetta mai interamente nuovamente toccata, nonostante i grandi consensi di "The Seldom Seen Kid"). Raramente mi sono trovato ad amare un gruppo non per singoli album di riferimento ma in termini di "migliori canzoni". Ecco gli Elbow, primo disco a parte (che come ripeto amo come pezzo unico, indivisibile), rientrano in questa mia rara metodologia di selezione. "Switching Off", "Fugitive Motel", "Fallen Angel", "Grace Under Pressure", "Great Expectations", "The Stops", "My Very Best", "Mirrorball", "The Loneliness Of A Tower Crane Driver" e per ora solo "The Birds" dal nuovo album. Un album che, come giustamente evidenziato da Mauro, ad un confronto diretto sembra il fratellino minore di "The Seldom Seen Kid": di quei fratellini condannati a sentirsi dire, "eh, però, tuo fratello...", e giù a tirare giù superlativi. Però pur senza cercare confronti a tutti i costi, effettivamente la sua bellezza appare più "leggera", meno poderosa e brillante. Forse Guy Garvey dopo avendo prodotto quel gioiellino acustico dei concittadini I Am Kloot "The Sky At Night", deve anche averne subito il fascino, cercando di riprodurne le coordinate. A mio avviso non ce l'ha fatta. Sotto molti punti di vista resta il disco che ho meno apprezzato degli Elbow. Cercherò di "costringermi" a riascoltarlo. Fra un po'... ;o)

target (ha votato 6 questo disco) alle 21:41 del 11 aprile 2011 ha scritto:

Dal paio di ascolti che gli ho dato, anche la mia impressione, come quelle di Mauro e Stefano, è di essere di fronte a un disco minore degli Elbow, ineffabile fino a diventare un po' inconsistente. Ma devo riprenderlo. Recensione eccellente!

bargeld alle 22:35 del 11 aprile 2011 ha scritto:

Mauro, ancora dubbi sulla tua bravura? Il prof. Target non sbaglia!

hiperwlt, autore, alle 23:27 del 11 aprile 2011 ha scritto:

Daniele...diciamo qualche riserva? no, sul serio: gentilissimi tutti - più del dovuto -, ragazzi. per Stefano: all'analogia tra la produzione di garvey in "sky at night" e i pezzi più "intimi" e scarni presenti qui, non avevo pensato: interessante come chiave di lettura, proverò ad approfondire nei prossimi ascolti. poi: se posso permettermi, faccio mia la tua metodologia (ma escludo anche cast of thousands, su di me "inscindibile" dall'inizio alla fine) e per leaders of the free world dico "mexican standoff", "the everthere" e "my very best"; per seldom "ground for divorce", "weather to fly" e "friend of ours"; qui, anch'io "the bird" + "jesus is a rochdale girl"

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 9:11 del 12 aprile 2011 ha scritto:

Anch'io penso che il pezzo iniziale sia il migliore (davvero bello il chilometrico The birds), poi l'album perde di vigore, si ammoscia (e questo "difetto" l'avevo riscontrato anche in almeno metà dell'acclamato album precedente).

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 18:54 del 17 aprile 2011 ha scritto:

bello, ma non bellissimo

han detto che per loro è importante non fare un disco uguale all'altro e credo che siano riusciti a farne uno diverso da The Seldom Seen Kid. pero' non son questi gli Elbow che più mi piacciono. che fine ha fatto il loro suono stratificato degli Elbow? e gli arrangiamenti "progressivi"?

va bene, han scelto la strada del semplicismo, che in taluni casi si rivela un vero e proprio intento minimal e apprezzo il risultato originale dell'opera, ma la magia del disco precedente proprio non la sento. oltretutto mi pare che le tastiere di Craig Potter abbian preso troppo il sopravvento. ciò non togli che alcuni brani siano molto belli e anche quelli minori si fanno ascoltare con piacere. condivido il voto

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 19:06 del 17 aprile 2011 ha scritto:

High Ideals me gusta

non trovate che ricordi i Delfonics?

in generale mi pare che si tenda ad ignorare la componente soul che c'è nella musica degli Elbow.

non son d'accordo che esprimano il loro meglio nell'intimismo, perchè per esempio Jesus la trovo piuttosto trascurabile, nonostante il testo abbia un suo perchè. pero' ecco, neanche Open Arms mi piace tantissimo, mi pare pacchiana, insolitamente "cafona" per gli Elbow. il miracolo di alcuni brani di The Seldom Seen Kid era proprio quello d'esser riusciti a coniugare intimismo ed enfasi nel medesimo brano(Starlings, Crane Driver), qui pare che i due momenti siano nettamente distinti.

tra l'altro sto disco è stato incensato dalla stampa inglese.

hiperwlt, autore, alle 20:25 del 17 aprile 2011 ha scritto:

RE: High Ideals me gusta

"il miracolo di alcuni brani di The Seldom Seen Kid era proprio quello d'esser riusciti a coniugare intimismo ed enfasi nel medesimo brano(Starlings, Crane Driver), qui pare che i due momenti siano nettamente distinti"... considerazione che condivido totalmente, Ira (anche in merito a "seldom seen kid").

"fallendo" ciò, e "dicotomizzando" i tratti in modo così netto, trovo comunque il lato più intimo di "build a rocket boys!" superiore (in termini qualitativi) rispetto a quello più enfatico(in questo senso, "open arms" su tutte); ma è (anche nella recensione) giusto una considerazione conclusiva e personale

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 11:12 del 19 aprile 2011 ha scritto:

si, ho capito

ci sta il tuo rilievo. è solo che secondo me il disco presenta cadute sia nei brani più carichi sia in quelli più intimisti. per capirci, trovo che i brani meno riusciti siano Open Arms, The Night...e The River. Jesus...ci sta anche se da qualche parte ne ho letto come d'una perla e non mi sembra. The River, a mio giudizio, mostra quanto talvolta possa essere labile il confine tra cerebralità e autoindulgenza.

The Birds 7+

Lippy Kids 7,5

With Love 7+

Neat Little Rows 7,5

Jesus... 6,5

The Night 5/6

High Ideals 7+

The River 5/6

Open Arms 5/6

The Birds reprise sv

Dear Friends 7,5

target (ha votato 6 questo disco) alle 17:11 del 24 aprile 2011 ha scritto:

Niente, continua a girarmi a vuoto. Capisco il suo voler essere glabro, purificato, di una bellezza vitrea (con l'eccezione di un paio di episodi pomposi, vd. "Open arms", su cui giustamente Mauro ha storto il naso). Passa un'atmosfera, ma mancano i pezzi. Scrittura timida, ecco: da album troppo sentito. E noia finale. Hanno sapientemente ricoperto tutto di ineffabilità, art-pensosità, minimalizzato ovunque. Ma resta piuttosto chiaramente il loro disco peggiore. Giusto inizio e fine all'altezza. 6 di stima. Ma a parole è un lavoro modesto.

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 9:41 del 25 aprile 2011 ha scritto:

a me non gira a vuoto, ma...

come già detto mi manca la progressività degli arrangiamenti, la cura dei dettagli. anche col disco precedente(meraviglioso secondo me), nonostante il sound potente e levigato, avevi la sensazione che ad ogni ascolto ci fosse qualcosa di scoprire, qui no. oh, però a me sembra che quei 4-5 brani sopra la media ci siano e nel complesso il disco si lascia ascoltare assai piacevolmente.

mi lascia sempre perplesso l'agire della stampa inglese: l'impressione è che si mettano d'accordo per pompare una band, perchè già prima che uscisse sto disco se ne parlava tantissimo e poi son state pubblicate quasi solo recensioni entusiastiche. peraltro il disco è arrivato alla 2 e sta ancora in top ten.

4AS (ha votato 5 questo disco) alle 19:50 del 17 maggio 2011 ha scritto:

Mi ha lasciato l'amaro in bocca. Troppi passaggi soporiferi (Jesus Is A Rochdale Girl e The Night Will Always Win hanno la sola capacità di addormentare), dei piccoli risvegli ogni tanto (se non altro per gli arrangiamenti, molto meno per la scrittura, quasi sempre debole) ma tutto scorre nell'indifferenza. Le migliori rimangono The Birds (la più complessa, forse un tentativo di scrivere una nuova Any day now) e la toccante Lippy Kids. Si è capito che non c'è paragone con il bellissimo Seldom Seen Kid.