R Recensione

7/10

Moto Boy

Moto Boy

Se mi fossi limitato a giudicare l’esordio dello svedese Oskar Humlebo, in arte Moto Boy, dalla cover dell’album forse non lo avrei mai preso in considerazione: un volto in primo piano su sfondo nero, leggermente sfumato e deturpato da un improponibile rossetto rosso, manco fosse Robert Smith

E ad essere sincero anche ai primi ascolti la prima impressione è quella di essere davanti ad una pacchianata sdolcinata, banale ed infantile. Poi però succede che, finito il disco e fatti i doverosi skip, ecco arrivare dopo qualche giorno la voglia di ritentare l’impresa, questa volta concedendosi un po’ più di abbandono per apprezzare maggiormente i brani.

Sebbene non ancora condizione sufficiente per un totale apprezzamento, ormai abbiamo la pulce nell’orecchio, e presto o tardi torneremo all’ascolto. Capiremo che ciò che prima appariva sdolcinato non era altro che qualcosa di romantico, invece di banale ed infantile era semplice…si trattava di purissimo pop, nudo e diretto, nient’altro. E l’unico modo per goderselo era abbandonarsi alla melodia e liberarsi dai pregiudizi (nascondendo la cover, ovviamente).

Ormai il gioco è fatto: Moto Boy ci piace.

La passione di Humlebo per la musica corale trapela in ogni brano, dominato dal suo baritono pulito e cristallino, a metà tra Jeff Buckley e Robert Smith, come si fa evidente anche la pregnante operazione di prendere certo pop anni ’80 e spogliarlo di tutto il superfluo, mantenendone però il nocciolo melodico ed emotivo perfettamente intatto.

La prima Young Love rende esplicito tutto questo con i suoi nitidi arpeggi di chitarra, sovrastati dalla ode pop di Humlebo e presto rafforzata dalla semplice ma portante sezione ritmica (drum machine e basso sintetico), senza contare i coretti di voci bianche sul sottofondo. Ma è con la successiva What It Was Like To Be With You che si dispiega l’abilità tutta svedese di dar vita a soffici ed incantevoli motivi pop, altamente impregnati di umori adolescenziali, riprodotti in altri buoni momenti come Ride My Wild Heart e Beat Heart, tutte canzoni capaci di intrecciare toni dolci e soffusi a ritornelli enfatici e colmi di pathos. Per non parlare della vocale Liebling, in grado di rendere più che manifesto l’amore per le corali di cui si parlava sopra.

E poi viene l’altra anima del disco, quella in cui le ballate romantiche e sdolcinate si trasformano in brani pop-rock ad alto tasso di malinconia, ma dotati di una maggior carica (I Miss You Baby) e arricchiti da sprazzi di synth (Blue Motorbike).

Ancora un accenno a U, in grado di regalarci con il suo ritornello un esplosione melodica di rara bellezza, e possiamo concludere il nostro viaggio nell’emotività esasperata dei teenagers anni ’80 uscendone ringiovaniti, spensierati e rilassati, anche se solo per la mezzora di durata dell’album.

E di questo, detto sinceramente, non si può che essere grati a questo strano personaggio di nome Moto Boy.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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